Il mistero della dea Carmenta

Carmenta è una dea poco nota al pubblico, sia nell’ambiente profano che in quello pagano, pur trattandosi di una divinità fondamentale nel panorama religioso romano. È una delle sole quindici divinità a cui è attribuito un flamine, cioè un sacerdote specializzato e interamente dedicato al suo culto. A lei erano anche dedicate due festività intorno alle idi di gennaio, una delle porte del pomerium, un bosco e una delle rupi del Campidoglio. Non poco.

I Carmentalia cadono, nel calendario solare, l’11 e il 15 gennaio. Questi due giorni appartengono al ciclo di feste arcaiche, riportati a caratteri maiuscoli nei calendari epigrafici, nonché attestata nel più antico dei fasti a nostra disposizione, i fasti Antiates Maiores (prima metà del I sec. ac) (fig.1)[1]. La distribuzione della doppia data non è comprensibile se non si nota che nel mezzo, il 13 gennaio, vi sono le Idi. Nella stragrande maggioranza dei cicli festivi romani le festività erano poste a giorni alternati, questo poiché si consideravano i giorni pari inadatti alle feste (sebbene non fosse un divieto, come provano alcune feste minori). Dunque il trittico gennaiese in questione, 11 Carmentalia, 13 Idi, 15 Carmentalia, (a cui si aggiungerebbero gli Agonalia Iani del 9) va letto nel suo insieme e non osservando singolarmente le feste.

Secondo D. Sabbatucci[2] il ciclo sembrerebbe una ritualizzazione della fase di Luna Piena di gennaio, vista come: 11 crescente Carmenta Prorsa/Porrima/Antevora, il 13 le Idi (che rappresentano simbolicamente il plenilunio[3]) con Giove Statore[4], il 15 Carmenta Postverta/Postvorta. Le fonti sono incongruenti nella definizione di Prorsa/Porrima/Antevora e Postverta/Postvorta, poiché le definiscono variamente come compagne o sorelle di Carmenta, o come suoi appellativi. Ai fini del nostro discorso la questione è puramente “accademica” e irrilevante ai fini della sostanza del tema ultimo: esiste un legame stretto tra questi teonimi palesemente legati ad una funzione (che a breve vedremo), e Carmenta. I tenonimi citati sono chiaramente spiegabili grazie all’etimologia. Gli uni si riferiscono a chi guarda “avanti” (prorsum, porro, ante), gli altri di chi guarda “dietro” (post). A onor del vero, nessuna fonte precisa che i due carmentalia siano legati rispettivamente a questi teonimi, ma tutte le fonti ci tengono a sottolineare la presenza di queste compagne di Carmenta. Dunque non è ingiustificata l’attribuzione di Sabbatucci alle due feste carmentali. Con questo non si vuole definire Carmenta come “dea della luna” quanto piuttosto come una ritualizzazione della luna piena del primo mese. Una ritualizzazione che, come vedremo, è necessaria alla ricostituzione del nuovo cosmo (ovvero nel nuovo anno).

Il centro del suo culto era posizionato alle pendici sud-occidentali del Campidoglio (fig.2)[5], ove era presente un sacello con un’ara a lei dedicati. Sono questi, recinto e altare, a dare il nome alla famosa porta carmentalis, poco distante. Dovrei dire “tristemente” famosa, poiché ottenne presto il nome non ufficiale di porta scelerata. Accadde infatti che attraverso quella porta i trecento uomini della gens Fabia passarono per andare a combattere contro i veienti, ma subirono una catastrofica disfatta presso il fiume Cremera (13 febbraio 477ac)[6]. Perciò al passaggio sotto la porta vennero poste delle limitazioni, e se ne aprì un’altra nelle vicinanze, chiamata Porta Flumentaris. Se ciò potrebbe far pensare che sia fuori luogo in un tema religioso in realtà non lo è. Vi è infatti un legame rituale tra i mesi di febbraio e quintile (luglio), che passa anche dal significato religioso che hanno assunto alcune disfatte militari, e da diverse innovazioni religiose che hanno comportato. Ma di ciò parleremo in altra occasione. La Tradizione virgiliana vorrebbe anche che qui il re Evandro avrebbe condotto Enea per mostrargli il luogo in cui sarebbe sorta Roma. Ci si conceda di nutrire dei dubbi sull’evento.

Tuttavia la natura di Carmenta pare essere, nei secoli, sfuggita alla pura condizione divina. Pur avendo un suo flamine, il flamen Carmentalis, Ovidio ne fa una mortale[7], Virgilio la definisce una ninfa[8], e per alcuni il luogo dove veniva venerata (a volte definito fanum[9] altre sacellum) era il suo sepolcro[10]. Ovidio e Virgilio per identificarla si rifanno al mito greco o ad elementi concepiti in Grecia (ninfe). Similmente Plutarco, tra le ipotesi di identificazione che fa, vi è anche quella di moglie (o madre[11]) del re arcade Evandro, e che in vita avrebbe avuto il nome di Nicostrata, profetessa ispirata da Febo[12]. Tutte queste identificazioni sono ovviamente da rifiutare: Ovidio e Virgilio vivono della propaganda augustea[13], che vuole fondere -spesso artificialmente- la cultura romana e quella greca; Plutarco è un autore greco che scrive ai Greci per spiegargli la cultura romana. Ed è, per strano che possa sembrare, proprio Plutarco a dire chiaramente, nella prima delle notizie sulla sua natura, che Carmenta è una Dea propriamente detta, precisandone la funzione legata alle nascite.[14]

Tuttavia queste fonti possono comunque esserci utili per la comprensione del fenomeno. Innanzi tutto, ci pare strano che sentano il bisogno di giustificare la presenza della doppia festa[15], indice della perdita del significato iniziale che cerchiamo qui di svelare. A Carmenta sono attribuite doti mantiche, quella che ispira i vates, profeti che davano vaticini in stato di trance, come se un dio parlasse per la loro bocca[16]. Pensiamo che poi lo stesso nome di Carmenta deriva da carmina che è anche il termine tecnico con cui si indicano i vaticini. I poeti romani amavano considerarsi come ispirati in senso figurato (non letterale) da una divinità, da qui l’uso del termine “vate” per indicare alcuni noti poeti. Ma l’immagine romantica doveva rimanere solo nel campo del fantastico, poiché i vaticinanti in Roma erano molto mal visti, infatti erano considerati dei matti, dei carens mente (dal cui composito, secondo Plutarco[17], deriva Carmenta). Questa para etimologia è falsa, Carmenta viene indubbiamente da carmina (o viceversa), tuttavia ci sottolinea questa immagine di possessione di chi vaticina. I due epiteti Porrima e Postverta erano riferiti, secondo Ovidio[18] a due sorelle di Carmenta con la capacità di vedere il futuro ed il passato. Mentre Varrone[19] li attribuisce quali epiteti della Dea, Prorsa e Postverta. con la funzione di favorire le nascite a seconda che il feto sia rivolto in avanti o all’indietro. E lungo questa linea Ovidio[20] afferma che corrisponde alla greca Moira, legata alla nascita ed alla divinazione.

Ma il tema dei carmina risulta quello che andrebbe visto come centrale nel discorso[21], tanto più che è intimamente legato alla Dea. I carmina non sono, infatti, solo i vaticini ma sono anche i canti rituali ritmati della religione romana arcaica. Di questi ne abbiamo due, il carmen Arvale ed il Saliare, attribuiti rispettivamente a due collegi sacerdotali: quello dei fratelli Arvali e quello dei Salii. Nella religione romana la voce, la parola, il suono che si emette sono importanti per il successo del rito. Ciò lo comprendiamo non solo dall’esperienza diretta, ma anche dalla ricostruzione linguistica. “Incantesimo” è una parola composita dei termini in+cantum, cioè “fatto in modo cantato”. Gli stessi carmina utilizzati a fini magici o rituali (i due carmina citati) erano legati ad una certa sonorità. Termini come invocatio (in+voco chiamare dentro), evocatio (ex+voco chiamare fuori), richiamano il suono della voce che chiama.

Ancor più chiari sono i termini incantum, excantum, decantum, o il semplice cantum (in/ex/de + cantum). Tutti questi termini non sono sinonimi, ma tipologie diverse di “chiamate” o “canti” indirizzati agli Dèi, nei quali la voce è un elemento fondamentale. Voce significa quindi suono, è la vibrazione che fa muovere il tutto. Non a caso, nel mito, il passaggio delle Ere viene scandito dall’intervento della voce di Giano. L’insieme di un suono e di un concetto generano la parola di potere, il fari, quella che si utilizza nel rito. Le parole erano attenente, ricercate, e codificate, in tutta la rituaria romana: dagli auguri, ai saluti, dagli auspici alla lettura delle interiora, dai riti pubblici, in cui un addetto leggeva la formula ed il sacerdote la ripeteva, fino all’imposizione del silenzio durante gli stessi[22]. Il carmen è l’oggetto del fari, cioè il parlare con potere, lo stesso che avevano gli Dèi, gli indovini ed i Magistrati. Si tratta del potere magico della parola, capace di mutare la materia. Gli Dèi parlando mutano la materia; i vati lo fanno per tramite degli Dèi con i loro oracoli; i magistrati quando cambiano la condizione di un individuo (quando emanano le sentenze) tramite il numen che il populus gli ha attribuito con le elezioni (che infatti avvengono in un luogo consacrato).

A questo punto è chiaro il ruolo di Carmenta. Così come determina la posizione in cui nascono i bambini, così come nel mito determinò la nascita di Roma, così determina la nascita dell’anno. Ma la nascita dell’anno non è solo l’evento civile, è la ricostituzione del Cosmo. Il complesso rituale di tutto il calendario romano, e in particolare da dicembre a marzo, esprime una ritualizzazione della morte del sole/cosmo/natura/Giove[23] e la sua rinascita a gennaio, cui è richiesta una purificazione a febbraio, e il ritorno allo status quo a marzo. Per questo motivo i Romani festeggiavano l’inizio dell’anno civile a gennaio, e di quello sacro a marzo. Il primo segna l’inaugurazione dell’attività agricola e la rinascita del cosmo, il secondo l’inizio della stagione bellica e il ritorno del re (Giove) al suo posto di governo. Ma, come sarà l’anno, non è Giove a determinarlo, ma Carmenta, con il suo fari, con i suoi carmina. Carmenta che assume, nella sua festa di gennaio, un carattere “gianuale”. Come abbiamo detto prima, Antevora (colei che è rivolta ante-) apre questo piccolo ciclo, Postvorta (colei che è rivolta post-) lo chiude. Nel mezzo si trova la divinità dell’immoto presente per eccellenza, Giove Statore[24], che si cura delle Idi di gennaio. E -forse- possiamo pensare che dietro a questo Giove Statore, che pare non avere alcuna attinenza, essendo legato al contesto bellico[25], ci sia proprio Carmenta. In effetti un paragone lo si potrebbe riscontrare in Giano, che possiede tre volti: uno rivolto al passato e visibile; uno rivolto al presente e nascosto (il famoso terzo volto del Dio); e uno rivolto al futuro immaginabile/divinabile. Similmente Carmenta ha una festa certa (quella dell’11); una invisibile coperta da Giove Statore (le idi); e una nota che richiede giustificazioni immaginarie (quella del 13, vd nota 15). E ad aprire le porte a questo piccolo ciclo sono gli Agonalia dedicati a Giano (9 gennaio). Precisiamo che quello sguardo al tempo passato non è di morte e rimpianto, cosa che aborra Carmenta, tanto da essere vietato avvicinale qualunque cosa sia legata alla morte, compreso il cuoio[26]. Ma di unione tra il prima, il durante e il dopo.

Due divinità maschili, il dio dei prima (Giano) e dei summa (Giove) che insieme a una dea duplice[27] (i due Carmentalia), se non triplice (Antevora, Carmenta, Postvorta) cantano l’anno che fu, e col potere del fari impongono l’anno in divenire.

Emanuele Viotti

 

Bibliografia:

  1. Sabbatucci, La Religione di Roma antica: dal calendario festivo all’ordine cosmico, il Saggiatore, Milano, 1988
  2. Mazzei, Alla ricerca di Carmenta: vaticini, scrittura e votivi, pubblicato in Bollettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma, vol. 106, pp.61-81, Erma di Bretschneider, Roma, 2005
  3. Pettazzoni, Carmenta, in Studi e Materiali di Storia delle Religioni, XVII-1941, Scuola di studi storico-religiosi della R. Università di Roma, fascicolo 1-4, Zanichelli, Bologna, 1942
  4. Dumezil, La Religione Romana arcaica, Rizzoli/BUR, 2017, p342ss (pr. ed. Parigi 1974)NOTE:

[1] Immagine ad opera di “Levaring” dei Fasti Antiates Maiores sulla base del reperto EDR137815, e integrazione ispirata a Atilius Degrassi: Fasti anni numani et iuliani: accedunt ferialia, menologia rustica, parapegmata, Inscriptiones Italiae XIII Fasti et elogia (Fasc. 2), Roma 1963: Libreria dello Stato, pl. 1–3.

[2] La Religione di Roma antica: dal calendario festivo all’ordine cosmico, il Saggiatore, Milano, 1988; anche se in modo più ampio, dello stesso avviso fu già R. Pettazzoni, Carmenta, in Studi e Materiali di Storia delle Religioni, XVII-1941, Scuola di studi storico-religiosi della R. Università di Roma, fascicolo 1-4, Zanichelli, Bologna, 1942

[3] Macr. Sat., I, 15, 9 e 15; vedasi anche il mio precedente E. Viotti, La Via Romana agli Dèi, Armenia, 2022, in part. cap. 8.4 “Il Calendario Romano oggi e la Luna”.

[4] Philocalus

[5] A cura dell’autore sulla base dei ritrovamenti citati e descritti in A. Carandini, Atlante di Roma antica, Electa, 2012.

[6] Il tema è noto, valga per tutti Liv. aUc, II,49

[7] Fast.I,461sgg

[8] Aen. 8.336

[9] Gell. 18,7,2

[10] Serv. ad Aen. 8,336

[11] Quest. Rom., 56

[12] Rom. 21,2

[13] Raggiungendo vette del ridicolo quando, per esempio, Ovidio (Fast. I,509) racconta che Carmenta -in questo caso madre di Evandro- poco prima di sbarcare nel Lazio, avrebbe preannunciato la divinizzazione della moglie di Ottaviano Augusto. Gli errori di Ovidio, comunque, in generale, sono numerosi e ampiamente riconosciuti.

[14] Plut., Rom. ibid.

[15] Ov., Fast. I,617; Plut., Quest. Rom. 56

[16] Le descrizioni di Ovidio e Virgilio in questo senso sono chiare.

[17] Quest Rom 56

[18] Fast I,633

[19] Citato in Gell 16,16,4

[20] Fast.I,587sg, vd anche I,253

[21] Dumezil ritenne che andasse messa in relazione con l’entità vedica Vāc, cui sono sacre le parole magiche, e che l’aspetto delle profezie sia frutto dell’influenza greca. G. Dumezil, La Religione Romana arcaica, Rizzoli/BUR, 2017, p342ss (pr. ed. Parigi 1974)

[22] Questi ed altri argomenti sono riportati da Plin., N. H., XXVIII, 3

[23] L’etimologia di Giove, Iovis, viene dalla radice indoeuropea dieu- che significa “cielo luminoso”.

[24] Stator dal verbo sto, stare fermo.

[25] La mano aperta portata in battaglia dalle legioni, rappresentava proprio Giove Statore, e nel mito il suo culto nasce per impedire la fuga dei Romani davanti al nemico, in quel caso i Sabini durante la guerra scaturita dal famoso Ratto delle Sabine.

[26] Ov. fast I,629; Varr. de l. lat. VII,84; vedi anche fasti prenestini

[27] Come la definì R. Pettazzoni, Carmenta, in Studi e Materiali di Storia delle Religioni, XVII-1941, Scuola di studi storico-religiosi della R. Università di Roma, fascicolo 1-4, Zanichelli, Bologna, 1942


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