La tradizione pone sul monte Soratte, un rituale particolare, che chiama in causa gli Hirpi, usi annualmente a camminare su cataste di legna ardente, per il culto del dio eponimo del monte, definito Apollo Sorano o semplicemente Sorano, cui non mancano specifici riferimenti ad una divinità summa, quale Iuppiter, seppur PUER. Stupisce altresì come nelle fonti il rituale degli Hirpi del Soratte venga relazionato, per vicinanza geografica e quasi dialettica, ad un’altra divinità legata, da un rapporto di paredria, con quella sovrana. Così ad un Apollo Sorano, molto simile ad uno Giove puer, si relaziona sia in ambiente falisco-capenate (quello del Soratte), sia a Terracina, in area volsca, una divinità molto importante in ambiente medio italico, ovvero Feronia . Notevole poi, che in entrambi i casi, Feronia, risieda in un lucus, che anche visivamente ha una connessione con la divinità che presiede al monte, che sovrasta i boschi sacri della dea; ad un lucus Feroniae in ambito falisico-capenate, connesso all’Apollo Sorano (vicino ad uno Iuppiter apollineo), risponde il lucus Feroniae di Terracina, sovrastato e interconnesso con e dal, tempio di Giove Anxur, anch’esso uno Iuppiter puer, dai tratti fortemente apollinei, ma pur sempre un Dio sovrano . In questo contesto proveremo a trattare gli Hirpi del Soratte.
Plinio nella Naturalis Historia , ci informa che in territorio falisco, vi erano di fatto poche famiglie (paucae), chiamate Hirpi, che ogni anno celebravano una cerimonia sacrificale, camminando su di una catasta di legna ardente. Plinio, usa “ad montem saractem” e ciò lascia supporre che al suo tempo, il rituale non avvenisse sul monte stesso, ma verisimilmente in pianura, rivolto all’Apollo del Soratte; Apollo del Soratte che potrebbe identificarsi con una divinità locale detta, Sorano. Plinio aggiunge, che per via di questa particolarità, costoro, cioè queste poche famiglie scelte “quos hirpos vocans”, vennero esentate per senato consulto, da diversi obblighi verso Roma, come quello del servizio militare e altri munera . Solino, nei Memorabilia , segue quasi alla lettera il passo pliniano, aggiungendo però un altro dettaglio, comunque rilevante, ovvero questi Hirpi, durante il rituale, non si limitavano a camminare su cataste infuocate, ma eseguivano una sorta di danza. Di capitale importanza viene un passo di Strabone ; Il passo del grande geografo greco, non si discosta molto da Plinio, ma pone nuovi elementi. Strabone dice che nei pressi del Soratte, sorge una città omonima ad una dea, letteralmente dice “Daimon”; cioè intende una polis di Feronia. In questa città si svolgeva un rituale, nel quel i fedeli alla dea, camminavano sul fuoco a piedi nudi. Ora Strabone non menziona gli Hirpi, ma pur riconnettendo il rituale ad ambiente falisco, lo riconduce alla dea Feronia e non ad Apollo Sorano, come le altre fonti.
Ora quello che Strabone scrive, ovvero una polis che prendeva il nome da Feronia, nella prima età augustea, non può non ricondurci alla colonia Ivlia Felix Lucoferoniensis, dunque Lucus Feroniae. Certo supponendo un rapporto di paredria tra Apollo Sorano e Feronia potremmo supporre ad un errore del geografo, di fatto l’unico che riconnette il rituale alla dea.
Tuttavia abbiamo visto come Plinio, lascia intendere ai suoi tempi il rituale degli Hirpi Sorani, non si svolgesse sul monte, ma probabilmente a valle; corroborando Plinio con quanto scrive Strabone, avremmo agio di ritenere che in epoca augustea, il rituale degli Hirpi Sorani si svolgesse nella nuova colonia di Lucus Feroniae. Questa asserzione viene a rafforzarsi, seguendo quanto afferma John Schied, ovvero che quell’esenzioni dai munera e dal servizio militare per gli Hirpi Sorani, per senato consulto, trova giustificazione soltanto in un quadro istituzionale definito, quale quello che veniva a rappresentare la neo fondata colonia di Lucus Feroniae . Certo può aver giocato un indiscusso favore verso gli Hirpi Sorani e il loro rituale, un certo gusto arcaicizzante, tipico dell’epoca augustea di rispolverare culti antichi; inoltre può aver giocato un ruolo importante, anche il culto di Apollo sul Soratte, divinità Apollo, cui Augusto era particolarmente legato. Quindi potremmo supporre, in epoca augustea, questa tradizione degli Hirpi Sorani, fosse comunque nota e ciò risulta da un passo di Virgilio , dove il giovane guerriero etrusco, Arrunte, prima di ingaggiare battaglia si rivolge ad Apollo, definendolo, “Summe deum, sancti custos Soractis Apollo”.
Risulta subito evidente che non si tratta di un Apollo normale; viene invocato un sommo degli dei, custode del monte Soratte. Servio nel suo commento rileva come “Ex affectu colenti dicitur: nam Iuppiter summus est” .
Allora, avremmo Apollo, o Soranus o ancora uno Iuppiter. Potremmo asserire che in realtà si trattasse di una divinità massima in area falisca e capenate, un Sorano che a livello di postuma interpretatio o collimazione funzionale, venisse avvertito come una sorta di Iuppiter puer, dai tratti fortemente apollinei. Va tenuto poi conto, che la demitizzazione cui fu oggetto Giove a Roma , lo aveva epurato di una data genealogia e valenza ctonia, che resta invece nella figura giovanile di Veiove; ciò non sarebbe avvenuto nelle altre realtà affini, come Praeneste dove Fortuna è nutrice e madre, di uno Iuppiter puer ; certo questo tema è complicato, eppure questa figura di Soranus del monte Soratte, non si discosta dalla figura, ad esempio dello Giove Anxur di Terracina, anch’egli puer, con cui condivide l’asse spaziale e visivo del lucus sacro a Feronia. In Virgilio Arrunte, giovane guerriero pregando l’Apollo di Soratte, vi si relaziona in qualità di membro di un gruppo di cultores. Qualora dovessimo riconoscere la volontà virgiliana di evidenziare con questo termine, una terminologia tecnica, ARRUNTE, apparirebbe membro di un collegio, dunque ancora una volta un’affermazione coerente, con un gruppo gli Hirpi, che era ristretto, in seno all’ethnos falisco, espresso da Plinio, con “paucae familiae” o da Strabone con “Katachomenoi”. L’ultima menzione del Soratte, la troviamo in Silio Italico , dove Gaio Flaminio Nepote, alla vigilia della battaglia del Trasimeno, si rivolge ad alcuni suoi militi, tra tutti, al corpulento e forte Aequanus, figlio del Soratte e colui che nel rituale in onore di Apollo, portava per tre volte gli exta sul fuoco.
Le fonti citate finora, presentano un rito, come appariva nell’epoca augustea. Plinio e Strabone, ci informano in epoca augustea il rito degli HIRPI, si svolgeva non sul monte Soratte, ma con ovvia probabilità nella colonia di Lucus Feroniae; ci informano che un gruppo di poche persone, camminatori sul fuoco, sono detti Hirpi. Virgilio, attraverso la menzione dell’Apollo Sorano, certifica come il rito ai tempi di Augusto fosse ben noto. Ora nessuna di queste fonti fa quello che fa Servio, il tardo commentatore di Virgilio. Servio si trova a commentare il noto passo virgiliano, esposto sopra e legato ad Arrunte; ora, non solo produce del rito del Soratte un resoconto eziologico, ma interscambia, arbitrariamente Hirpi con Irpini .
SANCTI CUSTOS SORACTIS APOLLO.
Dice Servio: “il monte Soratte, si trova nella terra degli irpini, presso la via Flaminia. Quando una volta su questo monte venne eseguito un sacrificio al Padre Dite – il monte è consacrato ai Mani – subito vennero i lupi che rubarono le viscere dal fuoco. I pastori per lungo tempo inseguirono i lupi, fino a che giunsero ad una grotta che emanava aria pestilenziale, che uccise coloro che stavano davanti. Dal momento nel quale i lupi erano stati inseguiti, la pestilenza dilagò ovunque. Il Dio diede un responso: la pestilenza sarebbe terminata se si fossero imitati i lupi ID EST RAPTO VIVERE. Dopo che essi così fecero, vennero ribattezzati Hirpi Sorani. Nella lingua sabina i lupi sono detti Hirpi, mentre Padre Dite, Sorano, dunque essi sarebbero i lupi di Padre Dite”.
Poco dopo Servio, aggiunge che come dice Varrone, gli “Hirpini” nel loro camminare sul fuoco utilizzavano un unguento, sulla pianta del piede, che non li facesse ustionare.
Servio, sicché propone un aition, cioè intende spiegare una consuetudine rituale, proiettandola in un passato mitico. I pastori rimandano ad un’età dell’oro, momento nel quale il rito non era ancora officiato da sacerdoti e prevedeva l’offerta di exta a Dite sul Monte Soratte. Un sacrificio su di un monte sacro ad una divinità, palesa una data coerenza con il contesto centro italico. Anche il mondo latino ogni anno celebra un Sacrum sul monte Albano nel quale un toro bianco veniva immolato a Iuppiter Latiaris. Potremmo trovare analogie? Potremmo supporre che il contestuale banchetto successivo al sacrum della lega latina, che sancisce attraverso la spartizione delle carni una comune partecipazione, possa per analogia, essere equiparato al sacrum del Soratte? A ben vedere, l’importanza del rituale, potrebbe spiegarsi nell’ostinazione con la quale i pastori inseguono i lupi, fino a morire per le esalazioni mortifere provenienti dalla spelonca. Tuttavia come propone Schied , la gravità del gesto dei lupi viene accentuata dal fatto che gli exta erano dedicati a Dite padre, dunque una divinità infera; Dite, proprio perché divinità infera, non prevedeva una usuale spartizione sacrificale. Per un essere umano, un rapporto commensale con una divinità infera, era molto pericoloso. Se ne può così dedurre che, quella parte degli exta sottratta ai pastori dai lupi, spettasse, anch’essa alla divinità infera.
Questo carattere infero di Sorano – Dite, ha scatenato dibattiti; il Colonna vedeva il Sorano falisco, come un portato dell’etrusco SURI, poi assimilato all’Apollo infero di ascendenza cumana ; tuttavia essendo una divinità eponima del monte, dovremmo riconoscere Sorano fosse Dio tipicamente falisco . Forse una replicazione dello Iuppiter puer, diffuso in ambiente italico e latino (Praenestre e Anxur ) che a Roma demitizzato veniva più a rimarcare Apollo, che Veiove? Certamente trattandosi di un commentatore di Virgilio, quale Servio, non possiamo prescindere da topoi letterari particolari, magari tesi a dare al passo dei significati culturali. Così andremmo a notare come il racconto serviano ha due direttive comuni quella greca e quella romana. Una grotta connessa ad un oracolo, nel mondo antico non può non richiamare il mondo delfico di Apollo. Non mancano poi racconti connessi a pastori e lupi; un pastore seguendo le proprie capre avrebbe scoperto un antro i cui vapori garantivano capacità profetiche; senza contare un lupo che avrebbe guidato i Delfii, sul Parnaso per sfuggire al diluvio o per recuperare il tesoro rubato dal tempio di Apollo. Certo le esalazioni gassose, potrebbero trovare delle comunanze tra Delfi e il Soratte, ma potrebbero anche essere semplici speculazioni letterarie, senza contare che ve ne erano eccome sia sul Soratte che soprattutto in Irpinia, nel santuario di Mefite presso la Valle dell’Ansanto. Ma vi è altresì un contatto più propriamente romano, nella relazione di grotte. Il Lupercal, l’antro ai piedi del Palatino dove la Lupa allatta Romolo e Remo, verso cui si dibatte ancora molto, ma dal cui confronto con la grotta del Soratte, pare solo evincersi la centralità della simbologia del lupo nelle antiche civiltà, nel contesto iniziatico, da cui il “rapto vivere”, il passaggio da giovani a cittadini . Plutarco , menziona della vicenda di Valeria Luperca a Faleri, come mito eziologico di trapasso tra il probabile sacrificio umano e una data pratica sostitutiva ad esso, senza contare che il nome Lupercus, non è sconosciuto nell’onomastica romana, per questo molti ipotizzano la grande diffusione della pratica dei Lupercalia . Tornando a Servio però, delle fonti in nostro possesso, nessuno aveva relazionato gli Hirpi ai lupi, se non solo lo stesso, autore. Il commentatore, propone il suo passo come esplicazione del resoconto virgiliano del giovane guerriero etrusco Arrunte. L’assimilazione al lupo è altamente frequente per i giovani guerrieri, anche a scopi prettamente iniziatici; il Lucus è l’habitat del lupo e come i neofiti, anche le divinità infere si manifestano sotto forma lupina. Brelich evidenziava come i nudi Luperci agiscono in febbraio in servizio di Fauno un Dio dei boschi, in una sorta di noviziato del bosco . I lupi hanno una connotazione ctonia, eppure nonostante abbiano una loro gerarchia parallela ma dissimile al vivere in un regime culturale come la città, la loro posizione, resta estranea all’ambiente cittadino. Come gli uomini, hanno una gerarchia: attaccano con strategia e dividono la preda, ma restano estranei al vivere civile. L’uomo si avvicina al lupo attraverso il noviziato, attraverso il vivere rapto al modo dei lupi, in un momento di transizione che porta il giovane a divenire pienamente cittadino . Un periodo di mezzo, dove il giovane è a contatto con la terra, come espressione può esserne il monosandalismo e esplica un vivere fatto di furore bellico e razzia, atti a segnalare i caratteri di alterità e diversità, tipici del mondo dell’iniziazione, ai margini della società civile. Ma v’è di più: in una dialettica incentrata sul tema di civilitas, il vivere rapto, si configura come topos atto a definire altre realtà del mondo extra romano; realtà dell’entroterra che conoscono uno sviluppo tardo o pressoché nullo, del concetto di città, come le popolazioni italiche osche, ma già gli stessi Equi in Virgilio, senza contare i riferimenti agli Ernici, o ancora a tutte quello popolazioni pseudo sabine, sorte a seguito di primavere sacre, come non a caso gli Irpini. Allora stante il carattere prezioso che si riconosce a livello etnografico, al pur tardo Servio, si impone la necessità di chiarire come nel suo passo vi possa essere associazione tra Hirpi del Soratte e Hirpini.
Il contesto che forniscono Plinio e Strabone, risulta molto omogeneo. Gli Hirpi sono paucae familiae oppure katechomenoi; dunque un gruppo ristretto dell’ethnos falisco; potremmo supporre sacerdoti, oppure il rito in se stesso, uno dei tanti “sacra gentilicia”, come del resto ve erano a Roma. I Potitii e I Pinari per il culto di Eracle, ma come non menzionare il Fabio che nel pieno del sacco gallico a piedi attraversa le linee nemiche per officiare un, non meglio noto, sacrum gentilizio sul Quirinale? Inoltre, a tal proposito la forma “Irpios” viene restituita da un’iscrizione di vaso nero di III secolo a.C., di area capenate, che bene sembra adattarsi ad un gentilizio locale. Irpios come gentilizio capenate, ben si adatta alla menzione pliniana degli hirpi quali paucae familiae . Ora partendo da questi assunti, come relazionare gli Hirpi agli Irpini? Come relazionare una realtà di ambiente tusco laziale, con la Campania meridionale? Da Festo a Strabone sappiamo che gli Irpini prendono il nome dal lupo, animale totemico, che li guida nel Ver sacrum e che in lingua sannita viene reso Hirpus o Irpus . Immaginare un gruppo proto falisco-capenate, migrato in Campania, è arduo e difficile, soprattutto se dovessimo andare a ricercare a livello archeologico delle debite certificazioni, soprattutto per l’area più meridionale della Campania stessa.
Potremmo approcciarci a quello che in antico poteva sembrare la base culturale delle migrazioni ovvero “la primavera sacra”. Certo se andassimo ad analizzare il brano sugli Hirpi di Servio, noteremo quanto alla sua natura eziologica, ne scaturisce altresì una sostanziale etnogenesi hirpina, del tutto coerente con ambienti osco- sannitici. A popolazioni osche infatti appartengono culturalmente concetti quali Ver sacrum, pestilenza, il lupo animale totemico e tutto l’ambiente pastorale e montano. Non abbiamo menzioni specifiche e storicamente accertate di primavere sacre, se non nel 217 dopo la battaglia del Trebbia proposta da Livio, dunque nel contesto della guerra annibalica, ma riguardante solo animali . Ora bisognerebbe andare a vedere, quanto nel passo serviano, vi si possa espungere di ver sacrum; a prima vista sembrerebbe mancassero alcuni elementi qualificanti, eppure a ben vedere e sindacare qualcosa troveremmo. Un ver sacrum, o primavera sacra, si diparte da una colpa. Una colpa presuppone una necessità che essa venga significativamente espiata. De Cazanove , appoggiandosi allo stesso Festo, pone il ver sacrum come elemento espiatorio e sostitutivo di sacrifici umani. Ad una colpa, succede un responso oracolare che impone l’espiazione mediante l’allontanamento da un territorio seguendo un animale totemico. Provando a sovrapporre a questo schema, il passo serviano, riconosceremmo nella colpa, l’aver inseguito i lupi che avevano sottratto gli exta spettanti anch’essi al Dio, e dal Dio stesso inviati. Certo l’Apollo del Soratte, segna una netta cesura in ambiente osco-sannita, dove il Dio dello schema delle primavere sacre è Marte . In Servio, Apollo al posto di Marte sembrerebbe, una volontà arbitraria di adattare un modulo narrativo osco-sannitico pansabino, ad una realtà diversa, quale quella falisco-capenate. Certo in Servio non v’è menzione di uno specifico allontanamento, seppure quell’espressione “rapto vivere”, rimandi direttamente a quelle popolazioni che vivono ai margini della civiltà e tese alla razzia, alla maniera del lupo, come abbiamo sopra analizzato. Avendo come riferimento dunque, questa allusione del lupo, noteremmo che meglio si sposi a realtà culturali legate a sviluppi cittadini tardi, che a quelle che conoscono sviluppi cittadini precoci, sin dalla piena età orientalizzante .
Altro elemento centrale più osco-sannitico, che falisco-capenate, nel passo serviano è la centralità della montagna, testé il Soratte, in area assolutamente falisco-capenate piuttosto che sabino. Sarà un altro monte ad essere definito dai romani etnograficamente, tipicamente italico e sabino ed è il mons Fiscellus, verosimilmente indicante il complesso montuoso che dai monti Sibillini va al Gran Sasso. Se in Servio, insomma sostituissimo al Soratte il Fiscellus, avremmo una coerenza assoluta con il modello culturale italico sabino . Dunque, un gruppo di sabini commette un crimine religioso; una pestilenza colpisce questa popolazione sabina che viveva ai piedi di una montagna sacra; un oracolo gli impone l’espiazione mediante ver sacrum, imponendo loro di vivere come dei lupi e di seguire il lupo nel cercare nuove terre; essi seguendo l’animale totemico, giunsero nella Campania meridionale; questi sabini presero il nome del loro animale totemico, il lupo nella loro lingua “Hirpos”, da cui essi divennero gli Irpini. In questo contesto non possiamo trattare un tema cruciale, quale il pansabinismo Varroniano, e con ovvia evidenza quello dello stesso Catone, tuttavia quello che resta di una data tradizione, è un’origine sabina di tutto il panorama delle popolazioni osco sannitiche e medio italiche. Dunque Servio, potrebbe essere stato oggetto di un severo equivoco alternando Hirpi con Hirpini. Tuttavia, non dobbiamo discostarci dall’opera di Servio che nulla è, che un commento a Virgilio, teso a normalizzarne eventuali o reali incoerenze. Dunque nel contesto in cui si tratta la preghiera del giovane guerriero Arrunte, all’Apollo Sorano, Servio avrà trovato più agevole, attribuire le vicende irpine agli HIRPI del Soratte, per giustificare elegantemente il paragone del giovane guerriero etrusco al lupo. Come rileva Di Fazio , l’espressione serviana “ unde memor rei Vergilius Arruntem Paulo post comparat lupo, quasi hirpinum Soranum”, palesa la soddisfazione del commentatore Servio, tipica di chi ha trovato una soluzione ingegnosa ad un certo enigma virgiliano. Se fossimo nel vero con tale affermazione, i lupi al Soratte, perderebbero il loro fascino antiquario.
Giovanni de Santis.
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Laureato presso, Università degli studi di Roma La Sapienza, in “Storia e civiltà dell’oriente e del mediterraneo” con una seconda laurea in Scienze storiche e archeologiche del mondo classico. La lettura che avevo da bambino sul mio comodino, era una versione dell’Eneide per ragazzi. Nonostante la grande passione per le peripezie dell’eroe troiano, che i fati spinsero fino al Lazio, una cosa davvero mi lasciò impressionato: il rapporto tra Enea e gli Dei.