
Immaginate un uomo la cui dedizione alla Repubblica fosse così incrollabile da essere disposto a sacrificare tutto per essa. Un uomo il cui nome è sinonimo di virtù, coraggio e incorruttibilità. Nelle sue ultime ore di vita, Marco Porcio Catone ci ha mostrato cosa significa essere un vero eroe. Ma cosa ha spinto quest’uomo straordinario a compiere l’estremo gesto? Cosa ci dicono i suoi ultimi atti del suo impegno per la libertà e la giustizia? Quali emozioni provò in quegli ultimi giorni?
Vedremo le ultime ore di vita di Marco Porcio Catone Uticense da Tapso al suicidio. Unitevi a noi in questo viaggio attraverso il tempo per scoprire la storia avvincente delle ultime ore di vita di Marco Porcio Catone, l’ultimo baluardo della Repubblica Romana. Questa è la storia di un uomo che ha vissuto e morto per quel sogno, che era Roma.
La battaglia di Tapso
Siamo agli sgoccioli della guerra civile tra Cesare e il Senato di Roma. Catone, strenuo difensore delle istituzioni repubblicane, si opponeva fermamente a ciò che considerava un tentativo di colpo di Stato da parte di Cesare. Il nostro conto alla rovescia delle ultime ore di Catone inizia con la battaglia di Tapso, il 7 febbraio del 46 ac (corrispondente al 6 aprile del nostro calendario), sui cui resti venne costruita l’attuale Ras Dimas, in Tunisia. La battaglia si concluse in modo drammatico con la sconfitta delle forze di Scipione contro le truppe di Cesare, che, secondo la tradizione, persero solo 50 uomini contro i 10.000 di Scipione. Sebbene questi numeri possano sembrare incredibili, essi evidenziano l’assoluta vittoria di Cesare.
La disfatta e il panico a Utica
Il 10 febbraio (9 aprile), Catone, che si trovava a Utica a gestire le retrovie, ricevette la notizia della disfatta. Scipione e Giuba erano riusciti a fuggire con un esiguo numero di uomini. Catone, sebbene preoccupato, non ne fu sorpreso. Egli disprezzava Scipione, considerandolo potenzialmente un tiranno al pari di Cesare, e lo riteneva incapace come comandante. La notizia della disfatta si sparse rapidamente per Utica, scatenando il panico. La città fu presto invasa da scene di fuga e grida disperate. Molti cittadini cercarono di lasciare la città quella stessa notte, temendo l’imminente assedio. Fu Catone, tuttavia, a scendere in strada e a fermare molti di loro con parole di incoraggiamento, cercando di ristabilire l’ordine.
La riunione del Senato e dei Trecento
Catone convocò una riunione del Senato e dei Trecento nel Tempio di Giove. I Trecento, composti da commercianti e banchieri dell’Africa, sia Romani che non, erano i principali finanziatori delle forze del Senato contro Cesare.
La riunione si aprì con Catone che, calmo e composto, iniziò a leggere l’inventario delle risorse e delle armi disponibili. Brillantemente, elogiò i presenti e insistette affinché i Trecento continuassero a finanziare il Senato. Questa scena offre uno spaccato della realtà dell’epoca: la guerra costa, e può essere sostenuta solo grazie al sostegno finanziario. Concluse il suo discorso accendendo gli animi, ricordando a tutti l’importanza della patria di Roma e dichiarando che si sarebbe schierato con loro sul campo di battaglia.
Catone non era del tutto in errore; il suo discorso non era privo di fondamento. Il Senato controllava ancora la Spagna e parte dell’Africa, la parte orientale non era del tutto pacificata, e a Roma la popolazione non era felice della situazione.
Molti si lasciarono trasportare dal discorso e iniziarono a fare dichiarazioni entusiaste, sebbene spesso deliranti o mendaci. Alcuni proposero di liberare i propri schiavi per armarli. Conoscendo la tendenza di quei politici a fare promesse vuote, Catone insistette che le loro dichiarazioni fossero messe per iscritto.
Non deve stupirci che questa riunione avvenne in un tempio! Infatti questi sacri edifici non erano chiusi al pubblico, e spesso venivano usati come luoghi di riunione anche dentro la stessa Roma. Questa è una delle fondamentali differenze col mondo greco.
Arriva la cavalleria
Catone ricevette una lettera da Giuba, chiedendo a Catone di raggiungerli se possibile, oppure di comunicare se fosse sotto assedio, in modo che Giuba potesse intervenire con i resti dell’esercito. Rispose di rimanere dove si trovava insieme a Scipione, poiché Utica non era un luogo sicuro.
Aveva ragione: non appena lasciò l’assemblea, i Trecento iniziarono a tramare di consegnare la città a Cesare, anche al fine di tenersi gli schiavi. Essi ammettevano la loro mancanza di forza morale, ripetendosi tra loro:
«Ma noi non siamo come Scipione, Catone o Pompeo»
A questo punto, nella stessa convulsa notte, giunsero a Utica tre cavalieri inviati dal contingente sopravvissuto alla battaglia di Tapso. Essi rappresentavano diverse fazioni della cavalleria: alcuni volevano andare a Utica da Catone, altri preferivano stare lontani dalla città, e altri ancora volevano unirsi a Giuba. Catone ordinò al suo fedele sottoposto, Marco Rubrio, di sorvegliare i Trecento e assicurarsi che tutto venisse fatto con le corrette procedure, incluso l’affrancamento degli schiavi. Riuniti alcuni senatori raggiunsero i capi della cavalleria fuori da Utica.
Catone chiese ai cavalieri di radunarsi in città e di scegliere lui come comandante, sottolineando che a Utica avevano grano e fortificazioni, mentre con Giuba non avrebbero avuto garanzie. Sembrava fatta! Ma i senatori, in preda alla disperazione, si gettarono ai piedi dei comandanti della cavalleria, piangendo e implorando, causando grande imbarazzo a Catone.
Gli ufficiali della cavalleria decisero allora di discutere la questione con i loro uomini.
La disperazione di Catone
Mentre Catone attendeva la risposta dei cavalieri, Rubrio, sudato e infuriato, lo raggiunse con la notizia che i Trecento avevano aizzato la folla, causando scontri in città. I senatori ripresero a piangere disperati, e mentre Catone cercava di far loro recuperare un minimo di dignità, giunsero i comandanti della cavalleria. Essi si fidavano di Catone, ma non degli uticensi, che consideravano inaffidabili e pronti a tradire con l’avvicinarsi di Cesare. Catone rispose che doveva parlare con i Trecento.
Tornò a Utica, ancora nel cuore della notte. Incontrò uomini che si lamentavano e protestavano. Alcuni addirittura osarono proporre allo stesso Catone di trattenere i senatori per poi consegnarli a Cesare come dono, in cambio di favori personali. Mentre Catone cercava di placare gli animi, venne informato che i cavalieri stavano abbandonando le loro posizioni.
Deciso a fermarli, Catone raccolse i suoi amici e partì al loro inseguimento. Quando li raggiunse, in lacrime per la frustrazione, prese a insultarli. Tagliò la strada ai loro cavalli, afferrandone le redini e costringendo i cavalieri a tornare indietro, togliendo loro le armi uno ad uno. Nonostante avesse quasi 50 anni, Catone dimostrò una determinazione e una forza straordinaria. Con quel gesto li impressionò tanto che riuscì a ottenere la promessa che avrebbero atteso un altro giorno. Tornarono quindi insieme a Utica, dove mise i cavalieri di guardia sulle mura.
L’ultimo uomo della Res Publica
Poco dopo, ricevette un messaggio dai Trecento, che temevano rappresaglie e gli chiedevano di raggiungerli. Tuttavia, i senatori si frapposero fisicamente a Catone per impedirgli di andare, non tanto per paura della sua vita, ma perché era l’unico che si stava preoccupando di salvare la loro.
Catone si sentiva appesantito e affaticato dai comportamenti egoistici di coloro che lo circondavano. Era l’unico a continuare a lottare per l’ideale della Repubblica, mentre gli altri pensavano solo ai propri interessi. Questo gli causava un grande senso di solitudine e fallimento. Quale Repubblica sarebbe sopravvissuta, anche in caso di vittoria? Plutarco ci riferisce che già in quel momento Catone pensava di togliersi la vita. Prendevano forma le ultime ore di vita di Marco Porcio Catone Uticense.

E c’è un momento che, a mio avviso, fu proprio la goccia che fece traboccare il vaso. Catone andò dai Trecento, i quali gli dissero che intendevano chiedere suppliche a Cesare, promettendo di parlare bene di lui. Catone rispose loro di fare ciò che volevano, ma che lui non aveva bisogno delle loro suppliche, perché aveva già vinto contro Cesare in virtù e giustizia.
Dopo il colloquio con i Trecento, Catone ricevette la notizia che Cesare si stava avvicinando con l’intero esercito. Allora ordinò di chiudere le porte della città e convinse i senatori a imbarcarsi. Tra questi vi era un giovane di nome Statilio, pieno di foga, che voleva restare a Utica. Vista la sua giovane età, Catone lo affidò al filosofo Apollonide affinché lo convincesse a imbarcarsi.
Intanto, Marco Ottavio si era accampato fuori dalla città con le sue due legioni e propose a Catone di spartirsi il potere. Catone non rispose nemmeno, tanto era disgustato dalle aspirazioni di ambizione pure in quel momento così grave.
All’alba, i cavalieri, come d’accordo, si prepararono a partire… ma prima iniziarono a saccheggiare le case private di Utica. Catone intervenne nuovamente per fermarli, e questi, vergognandosi, si allontanarono in silenzio con la testa bassa.
Nel frattempo, le navi erano pronte a salpare. Catone supervisionò l’imbarco dei senatori, che avrebbero continuato il conflitto in Spagna. Il figlio di Catone avrebbe dovuto imbarcarsi con loro, ma rifiutò per rimanere accanto al padre.
In quel momento, Lucio Cesare, parente di Giulio ma schierato con il Senato, raggiunse Catone. Lucio informò Catone della sua intenzione di offrire la propria resa a Giulio Cesare e gli chiese di scrivere un discorso persuasivo per salvare la vita sua e dei Trecento. Catone acconsentì, ma escluse se stesso dalla richiesta. Con fermezza, rispose:
«Se avessi desiderato ottenere il perdono di Cesare, mi sarei rivolto personalmente a lui. Non voglio essere costretto a essere riconoscente a un tiranno per i misfatti da lui perpetrati, solo perché perdona a suo piacere contro ogni legge, mostrando così di ritenersi padrone degli uomini, sui quali non può accampare alcun diritto»
Dette queste parole, si sedette con Lucio per scrivere un discorso persuasivo di salvezza per gli altri.
Passò il resto del pomeriggio con il figlio e gli amici, tra cui il filosofo stoico Apollonide e il peripatetico Demetrio di Bisanzio. Discutettero di ogni sorta di questione, come se fosse l’ultimo momento di commiato. Catone volle trasmettere un monito al figlio, esortandolo a stare lontano dalla politica, ormai divenuta troppo corrotta. Plutarco scrive:
«Non era più tempo di fare politica in modo degno di un Catone e, d’altra parte, sarebbe stato vergognoso comportarsi diversamente dai propri antenati»
L’ultima cena
Giunti alla sera del 12 febbraio (l’11 aprile), Catone fece il bagno e chiese ad Apollonide se fosse riuscito a convincere Statilio a calmare i suoi bollenti spiriti e a imbarcarsi. Il filosofo rispose che non ci era riuscito, poiché Statilio voleva seguire Catone fino alla fine. Catone rispose con un breve, seppur lapidario, «Presto lo vedremo».
Dopo il bagno, Catone cenò insieme agli altri, distinguendosi per il fatto che stava seduto mentre gli altri erano stesi sui triclini. Questa era un’abitudine che aveva preso dopo la battaglia di Farsalo, impegnandosi a sdraiarsi solo per dormire. Parlarono a lungo di temi colti e di filosofia. In particolare, il discorso cadde sui paradossi degli stoici. Qui Catone fece un lungo e duro intervento, sottolineando quanto i malvagi siano schiavi, a dispetto della libertà degli uomini virtuosi. Quando terminò, rimasero tutti a capo chino, incupiti, poiché dalle sue parole si comprendeva che intendeva togliersi la vita. Allora Catone cercò di consolarli e di sollevare il loro morale, tanto era grande il suo animo.

Alla fine si congedò dai commensali per fare una passeggiata lungo il porto. Era notte, il cielo illuminato da una splendida stellata, da pochi giorni era passata la Luna Piena e non c’era bisogno di torce per camminare. Alcuni amici erano con lui, come di consueto. Direzionò la passeggiata lungo le mura, per impartire alle sentinelle i suoi ultimi ordini.
Poi si ritirò in casa, accompagnato dal figlio e dagli amici. Fu particolarmente affettuoso con lui, un comportamento insolito che insospettì ulteriormente tutti.
Il suicidio di Catone
Rimasto solo nella propria stanza, Catone si mise a letto, leggendo il “Fedone” di Platone, testo in cui si parla dell’immortalità dell’anima. Ne lesse la gran parte e, nel momento in cui si sentì pronto, alzò lo sguardo verso il suo gladio, ma questo era sparito! Il figlio, di nascosto, l’aveva portato via durante la cena.
Catone chiese agli schiavi dove fosse il gladio, ma questi non risposero. Non volendo perdere la calma e dimostrarsi affrettato, ordinò che gli venisse riportato. Le ore passarono, ma nessuno eseguì il suo ordine, allora smise di leggere. Chiamò irato gli schiavi e iniziò a gridare contro di loro perché ritrovassero il gladio. La sua ira crebbe al punto che perse la testa e tirò un pugno in faccia a uno di loro con tanta violenza che si insanguinò le nocche.
Sentendo le grida, il figlio accorse piangendo. Catone, ancora irato, accusò tutti di volerlo vedere disarmato di fronte al nemico. Questa era chiaramente una scusa, ma aveva un significato simbolico: lui era un cittadino romano in guerra e doveva essere in grado di combattere.
Sempre più infuriato, Catone se la prese col figlio, chiedendogli se lo ritenesse pazzo o se volesse legarlo per consegnarlo inerme a Cesare. Poi iniziò a elencare i modi con cui poteva togliersi la vita senza l’uso del gladio, tra i quali -e questo passò alla storia poiché citato da molte fonti- mostrare la propria forza di volontà trattenendo il respiro fino alla fine. Il ragazzo scappò piangendo, e alla fine il gladio gli venne riconsegnato. Così, calmatosi, tornò a leggere fino a sprofondare in un sonno profondo.
Nella notte si scatenò una tempesta che svegliò Catone. Vide che la sua mano si era terribilmente gonfiata ed era preoccupato per coloro che erano appena partiti. Allora fece chiamare due dei suoi liberti, il medico Cleante e Buta, il segretario politico. Mandò Buta al porto a controllare che fossero partiti tutti e a verificare se ci fossero uomini schiantati a riva dalle onde. Mentre Cleante gli curava la ferita, Catone attese il ritorno del liberto. Buta tornò con la notizia che erano tutti partiti tranne Crasso Giuniano, tribuno della plebe, che aveva voluto concludere alcuni affari prima di partire ma era stato bloccato in città dalla tempesta.
Passarono diverse ore, e già si udivano gli uccelli cantare mentre stava per albeggiare.
All’alba del 13 febbraio (12 aprile) del 46 ac, Catone congedò i liberti e si preparò a dormire. Appena i due uscirono, Catone si alzò, conscio di aver compiuto ogni suo dovere: il Senato era in viaggio, nessuno era stato rigettato a terra dalla tempesta, le guarnigioni erano ai loro posti, i Trecento erano stati placati e la città non era più in fermento. Cesare sarebbe probabilmente arrivato quel giorno. Tutto era in ordine, e Catone poteva finalmente raggiungere la casa dei suoi Padri.
Afferrò il gladio e se lo conficcò nel petto. Ma la mano era ferita e ancora gonfia, quindi il colpo non risultò mortale. Catone riuscì a rimanere in silenzio per non destare sospetti, ma cadde, rovesciando un abaco che teneva vicino al letto per fare i conteggi amministrativi. Quel rumore fece accorrere tutti. Sconvolti nel vedere Catone coperto di sangue, con le viscere in parte esposte, chiamarono il medico. Cleante si precipitò cercando di rimettere le viscere al loro posto per poi chiudere la ferita.
Catone si riprese improvvisamente, scacciò il medico, mise la mano dentro di sé aprendo la ferita e strappò fuori quanto restava della sua vita. Così spirò Marco Porcio Catone, che da quel giorno sarà ricordato come l’Uticense.
I funerali di Catone
La notizia della morte di Catone si sparse rapidamente per tutta la città. Il popolo e i Trecento si accalcarono fuori dalla sua casa. Unanimi, come ci riferisce Plutarco, lo acclamarono come loro benefattore e salvatore, definendolo l’unico uomo libero e invincibile.

Nulla, nemmeno la notizia che Cesare era quasi giunto alle mura, impedì al popolo di tributargli un solenne rito funebre. Essi adornarono splendidamente il suo corpo e lo portarono in processione fino al mare, dove lo seppellirono in un trionfo solenne.
Sul luogo della sepoltura posero una statua di Catone con la spada sguainata. Questa statua era ancora visibile all’inizio del II secolo dc, e se gli archeologi dovessero trovarne i resti, potrebbero riesumare anche il corpo di Catone.
La reazione di Cesare
Quando Cesare giunse, le porte della città gli vennero aperte, grazie anche all’intercessione di Lucio Cesare e alla vigliaccheria dei Trecento. Informato della morte di Catone, Cesare commentò:
«Invidio la tua morte, oh Catone, poiché tu mi hai
invidiato la tua salvezza»
Una frase enigmatica che Plutarco spiega così: se Catone avesse chiesto a Cesare la salvezza, Cesare avrebbe ottenuto una certa gloria; invece, togliendosi la vita, Catone ne ha guadagnata moltissima. E infatti siamo ancora qui a parlarne.
Cosa accadde a Statilio e ai figli di Catone?
Ma prima di concludere, cosa accadde ai figli di Catone e a Statilio?
Il figlio di Catone venne risparmiato da Cesare che, sapendo del suo debole per le belle donne, lo spedì in Cappadocia. Qui, il giovane conobbe una donna molto bella e vi rimase. A Roma, divenne oggetto di scherno con frasi come «Domani Catone parte, dopo trenta giorni». Tuttavia, quando si trattò di agire, si unì alla congiura di Bruto. Il 23 ottobre del 42 a.C., si trovava a Filippi con coloro che combattevano per la libertà contro Cesare e Antonio. Quando vide l’esercito ritirarsi, si mise in prima fila, trascinando con sé chi ancora manteneva il proprio posto, e cadde valorosamente, coprendo la ritirata degli altri. Così il figlio di Catone Uticense riscattò il proprio onore.
Ancor più ammirevole fu la figlia di Catone, Porcia. Una volta ricevuta la notizia della disfatta di Filippi, scelse di togliersi la vita. Tuttavia, era costantemente circondata da amici che glielo impedivano, consapevoli della tragica fine del padre. Non potendo trovare nulla per agire, poiché si andava verso l’inverno e il fuoco era acceso, prese rapidamente un carbone ardente e lo inghiottì intero. Così si tolse la vita la figlia di Catone.
Quanto a Statilio, egli venne convinto a non seguire Catone nei suoi propositi. Tuttavia, verrà catturato e ucciso nella campagna militare che seguì l’assassinio di Cesare.
Conclusioni
La morte di Marco Porcio Catone Uticense rappresenta uno dei momenti più tragici e significativi della storia romana. Attraverso il suo suicidio, Catone ha trasmesso un messaggio potente e inequivocabile: la sua fedeltà alla Repubblica era più importante della sua stessa vita. Questo gesto, che alcuni potrebbero interpretare come una sconfitta, è in realtà l’ultimo atto di resistenza contro un potere che considerava tirannico e corrotto. La sua scelta di morire piuttosto che vivere sotto il dominio di Cesare (o altri come lui) ha trasformato Catone in un simbolo eterno di virtù e integrità.
Catone non è stato solo un difensore delle istituzioni repubblicane; è stato un faro di speranza per coloro che credevano nella libertà e nella giustizia. La sua morte ha ispirato generazioni di uomini e donne a lottare per i loro ideali, anche di fronte alle avversità più grandi. È stato ricordato e venerato non solo come un uomo di grande intelligenza e coraggio, ma anche come l’incarnazione stessa dei valori repubblicani.
La sua eredità vive ancora oggi, non solo nelle pagine dei libri di storia, ma anche nei cuori di coloro che si battono per la libertà e la giustizia. Marco Porcio Catone Uticense ci ha insegnato che ci sono principi che vale la pena difendere fino all’ultimo respiro. E così, la sua vita e la sua morte continuano a ispirare e a guidare, dimostrando che il vero eroismo risiede nella fedeltà ai propri ideali, anche quando il costo da pagare è altissimo.
In un’epoca di cambiamenti e incertezze, la storia di Catone ci ricorda l’importanza di rimanere fedeli ai nostri valori e di lottare per ciò in cui crediamo. Egli è, e sarà sempre, un simbolo di incorruttibilità e coraggio, un esempio luminoso di ciò che significa essere un vero cittadino della Repubblica.
Emanuele Viotti
Bibliografia:
– K. Drogula, Cato the Younger, Oxford University Press, 2019
– Plutarco, Vita di Catone
– Plutarco, Vita di Bruto (per alcuni dettagli e la parte relativa a Porcia)
– Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabiliam
– Cesare, Bellum Africum

La mia passione per la storia romana è iniziata durante gli anni del liceo, quando rimasi affascinato dalla possibilità di visitare ancora oggi i luoghi leggendari protagonisti di miti straordinari. Oggi continuo a coltivare questo interesse come divulgatore storico e docente presso il Centro Nazionale di Studi Classici.
Nel 2012, durante gli studi universitari, ho creato il progetto Ad Maiora Vertite per condividere con altri questo entusiasmo, occupandomene personalmente come unico autore per molti anni.
Amo i videogiochi, i simulatori di volo, il tiramisù e la Res Publica.
