Il sacerdozio femminile più conosciuto nell’ambito della religione romana classica è sicuramente quello delle Vestali, e usualmente si ritiene che fosse l’unico ruolo sacerdotale cui le donne potessero accedere. Ma da una lettura più attenta delle fonti latine e da una disamina delle testimonianze archeologiche, quali iscrizioni, rilievi, o monetazione, emerge l’esistenza di diversi altri sacerdozi riservati alle donne.
Alcuni di questi sacerdozi seguivano una ritualità che prevedeva offerte cruente di diversi animali, mentre altri prevedevano solo l’offerta di fiori e frutti o incenso. Molti studiosi si sono impegnati nell’individuazione di motivi eziologici che hanno potuto creare tali differenze di ritualità, ma finora i risultati delle ricerche e delle speculazioni al riguardo non hanno prodotto risultati certi o per lo meno accettabili. Troppo poco è pervenuto fino ai nostri tempi perché possiamo individuare le ragioni che hanno determinato l’esigenza rituale dell’offerta vegetale o di quella cruenta ad una divinità o ad un’altra. Massimamente ancora da esplorare è il criterio secondo il quale era destinato un sacerdozio maschile ad alcune divinità e quello femminile ad altre. Interessanti sono diversi casi, più avanti esposti, della ritualità pubblica in cui era assolutamente richiesta la partecipazione della coppia sacerdotale, anzi, il venir meno della componente femminile faceva decadere la capacità dell’esplicazione rituale da parte della componente maschile, come si vedrà per il Pontefice Massimo. Questo fatto è indicativo della necessità, in alcuni riti pubblici, della presenza e compartecipazione dell’elemento maschile e femminile, della coppia, affinché il rito esplichi la sua efficacia. Nelle fonti in nostro possesso non viene data alcuna spiegazione di questa ineludibile presenza di entrambi i componenti della coppia sacrale, ma si può ragionevolmente pensare che ciò fosse dovuto alla necessità di presentare alla divinità il nucleo base, fondamentale, della società romana, cioè la famiglia, espressa nella sua forma ideale, al punto che se fosse venuta a mancare la moglie anche del flamine di Giove (flaminica Dialis) il marito, Flamen Dialis, sarebbe decaduto dalla carica (1).
Sarà opportuno far luce subito su un equivoco che potrebbe formarsi parlando di partecipazione femminile alle pratiche ed ai riti religiosi nella Roma antica. Se si leggono le fonti e si osservano le scene figurate di riti religiosi, è subito evidente la partecipazione dell’elemento femminile, che, però, svolgeva solo un ruolo passivo che prevedeva solo l’offerta di doni alla divinità. In gran parte della ritualità romana non veniva affidato alle donne un compito sacrificale, riservando a queste solo una partecipazione passiva coerente con il ruolo apparentemente secondario ed alla posizione sottomessa della donna, dovuto alla sua “incapacitas” giuridica nella società romana classica. Ma poi si scopre che alcuni sacerdozi importanti e pubblici erano affidati alle donne, primo e più noto quello delle Vestali.
Prima di procedere ad un’analisi di tali sacerdozi sarà opportuno osservare che la ritualità di alcuni di questi culti prevedeva un’offerta cruenta, invece per altri la ritualità prescriveva un’offerta vegetale consistente in fiori e frutti. Per alcuni, inoltre, ci viene tramandata la presenza femminile nel ruolo sacerdotale, ma non viene specificato il tipo di offerta prescritta.
Per primi si esamineranno quei culti in cui la sacerdotessa immolava un animale.
Nel corso delle Nundinae, giornate dedicate ai mercati ricorrenti ogni nove giorni e, come era uso nella religione romana, comprendenti anche la celebrazione di cerimonie religiose, la celebrante era la flaminica, moglie del flamen Dialis (sacerdote di Giove), che deteneva lo stesso tipo di coltello sacrificale delle Vestali e offriva al Dio un ariete, mentre il flamen Dialis compiva il sacrificio di un ovino alle idi di ogni mese. Alcuni autori moderni hanno considerato tale ripartizione di compiti come un completamento, o meglio l’espletamento di ruolo di supporto svolto dalla flaminica nei confronti del flamen Dialis (2). Ma le fonti non dicono alcunché che possa far pensare a tale posizione in certo qual modo subordinata della flaminica rispetto al flamen, inoltre la diversità della giornata in cui avvenivano le cerimonie sembra avvalorare invece una parità di valore del ruolo della flaminica. Se questa avesse svolto un ruolo di semplice supporto avrebbe affiancato il flamen nel giorno in cui questo sacrificava.
Molte e gravose erano le limitazioni e gli obblighi che condizionavano la flaminica Dialis in tutti gli aspetti della vita non solo pubblica, ma anche privata. Questa sacerdotessa poteva stringere vincolo matrimoniale solo con il rito solenne della confarreatio, obbligo che naturalmente riguardava anche il flamen, Il matrimonio era celebrato con il sistema giuridico della manus, che faceva passare la sposa dalla potestà del padre (la manus) a quella del marito, sistema che nel periodo tardo repubblicano e poi imperiale passò in disuso proprio per la grave soggezione in cui veniva a trovarsi la sposa e rimase in vigore solo per la coppia dei flamini. Mentre per i rappresentanti di tutte le varie classi sociali e dei sacerdoti delle altre divinità era possibile lo scioglimento del matrimonio, la flaminica e il flamen non potevano divorziare, limitazione che a prima vista potrebbe apparire incomprensibile in una società che seguiva regole morali, etiche e dettami religiosi diversi da quelli del Cristianesimo. Ma se si considera che la coppia del flamen e della flaminica rappresentava la coppia ideale, il paradigma della pietra fondativa della società romana al cospetto degli Dei, questa limitazione si palesa come aspetto logico, poiché nella coppia ideale si presume viga l’amore e non dissidi sfocianti in un divorzio. Inoltre, altro elemento che agli occhi di noi contemporanei può sembrare incomprensibile, era l’obbligo di tenere uno strato di fango intorno ai piedi del letto nuziale, ma che molto probabilmente stava a simboleggiare un contatto continuo con la terra e la funzione di collegamento tra i flamini fra la divinità del cielo per eccellenza, quale era Giove, e la terra, rappresentata dal fango. Altro obbligo per la flaminica era la tessitura che doveva fare personalmente del mantello rituale del flamen, che solo lei, la flaminica, poteva toccare, rispettando tutte le prescrizioni concernenti la forma e il materiale, quasi certamente la lana, tessuto da sempre riservato a Roma agli abiti destinati ai riti sacri. Anche la pettinatura della flaminica aveva specificità molto rigide: in alcuni giorni di Marzo (3) e di Giugno (4) doveva sciogliere i capelli, obbligo di cui le fonti non danno spiegazione, e che appare strano se si considera la regola generale del mondo classico, peraltro invalsa fino ai primi anni del sec. XX, che imponeva alle donne sposate di raccogliere i capelli. Anche questa prescrizione molto probabilmente risale al periodo arcaico di Roma e costituisce un altro interrogativo ancora senza risposta. Ancora, perché la flaminica doveva entrare in lutto a Maggio? Così dice Plutarco (5) senza però spiegarne il motivo e l’origine. La primavera era un periodo gioioso per il risveglio della natura, infatti questo periodo era scandito da molte feste che celebravano le divinità preposte alla fertilità e alla fecondità, quindi certamente un periodo caratterizzato da atmosfere allegre, non si comprende quindi l’assunzione del lutto da parte della flaminica proprio in tale momento.
Della moglie del Rex sacrorum (letteralmente Re delle cose sacre che alla caduta della monarchia ereditò le funzioni sacrali del re), detta Regina sacrorum, sappiamo che nel giorno delle Idi di ogni mese (il primo giorno del mese) sacrificava a Giunone una trota o un’agnella (6).
Non sappiamo se le stesse regole e le stesse limitazioni valessero anche per le mogli degli altri due flamini maggiori, il flamen martialis (sacerdote di Marte) e il flamen quirinalis (sacerdote di Quirino), poiché di esse rimangono poche testimonianze.
Altro organismo sacerdotale di cui rimangono scarse informazioni è quello delle Vergini saliari (sacerdotesse che costituivano la parte femminile del corpo sacerdotale dei Salii). Il loro abbigliamento sacrale prevedeva un copricapo a punta detto apex, e indossavano il sagum, mantello militare di colore bruno. Il loro ruolo rituale consisteva nell’offerta di un animale nell’antica regia. Non sappiamo però se seguissero la processione a passo di danza fatta dai Salii, con l’ostensione dei dodici scudi che racchiudevano nel loro numero quello fatto cadere da Marte a suggello del patto di alleanza con Roma. I due elementi certi sono il fatto che dovessero essere vergini, come dice il loro stesso nome, e fossero vincolate dalle medesime limitazioni cui erano tenute le Vestali, ma ignoriamo se la durata del loro sacerdozio fosse simile a quella delle Vestali. Eseguivano un sacrificio cruento, ma non sappiamo di quale animale si trattasse (7).
Oltre a queste sacerdotesse facenti parte del tradizionale e più antico quadro della ritualità romana, già dal periodo tardo repubblicano a Roma sono presenti sacerdotesse officianti culti di divinità provenienti principalmente dall’Asia Minore e dall’Egitto, culti già conosciuti in tempi precedenti, ma che ebbero seguito a Roma a partire dal periodo repubblicano, e poi ancora maggiore adesione nel periodo imperiale; dapprima accolti con ostilità, ma successivamente integrati nel quadro religioso romano, senza però venir mai compresi nel novero delle patrie divinità. E’ il caso di Dioniso, a Roma giunto dalla Magna Grecia ad opera di una sacerdotessa di nome Anna Pacula. Le celebrazioni orgiastiche facenti parte del culto vennero proibite da un Senatus Consulto nel 186 a.C. in seguito a manifestazioni e comportamenti ritenuti indecorosi e pericolosi per la morale pubblica, come riferisce Tito Livio riportandone una impressionante descrizione (8). Fra i motivi che forse spinsero il Senato a decretare la proibizione fu il fatto che Anna Pocula iniziava ai misteri di Dioniso alcuni ragazzi, introducendo così una novità inammissibile per la morale romana, che non poteva ammettere l’iniziazione di un uomo operata da una donna. Analizzare tutti gli aspetti di questo episodio porterebbe ad ampliare il discorso ben al di fuori dell’argomento in oggetto, possiamo però notare la differenza mitologica che distingue il Bacco romano dal Dioniso greco, che presenta un quadro mitico molto più complesso che prevedeva i riti di iniziazione, mentre quello romano non pare proprio che li comprendesse, cosicché si potrebbe pensare che il contesto religioso romano abbia operato una sorta di purificazione della ritualità magno greca perché il culto potesse essere accettato nel contesto religioso romano. Non va dimenticato che le divinità greche non corrispondono esattamente a quelle romane cui generalmente vengono equiparate, si notano infatti differenze nella vicenda mitologica, nelle caratteristiche, a volte anche nell’iconografia, come si può vedere proprio nel caso del Dioniso greco e del Bacco romano, che non subisce le morti e le rinascite del corrispettivo greco. Comunque non sappiamo se il sacerdozio femminile si limitò solo alla donna che introdusse a Roma questo culto o se continuasse ad essere ricoperto da donne anche in tempi successivi, quando tale culto venne accettato, sempre con le modalità ammissibili dalla morale romana. Inoltre non sappiamo quale tipo di offerta venisse fatto alla divinità.
Un altro culto officiato da una sacerdotessa fu quello egizio di Iside, giunto a Roma già nel sec. I a.C., stanziato in un grande tempio a Campo Marzio, e preceduto a Pompei da un tempio poi sommerso dall’eruzione, ma rimasto in ottimo stato. Delle celebrazioni rituali si occupavano sia sacerdoti che sacerdotesse, che portavano tutti abiti di lino bianco con la fronte cinta da una benda di lino recante l’immagine di un cobra. Sappiamo che le cerimonie erano scandite dal suono del sistro, ma ignoriamo quale tipo di offerta venisse presentata alla dea. Anche questo culto trovò inizialmente forti resistenze e il Senato nel 53 a.C. ordinò la demolizione delle cappelle private dedicate a Iside, verosimilmente in conseguenza dell’allarme provocato da manifestazioni inconsulte e disordinate che si verificavano durante le celebrazioni (9). Tre anni dopo l’ordinanza interessò il tempio di Iside e Serapide, ma nessuno osò oltraggiare il tempio, tranne il console che si limitò a colpire le porte con un’ascia (10). Ma il culto ebbe tale diffusione anche fra i membri dell’aristocrazia che venne ufficialmente accettato, e l’imperatore Caligola impresse al culto il sigillo di rito pubblico, inserendolo nel calendario delle feste statali con il nome di Navigium Isidis (letteralmente la navigazione di Iside), che riapriva la stagione delle navigazioni il 5 Marzo, Non sappiamo se anche questo culto venne depurato da quegli elementi orgiastici che destarono tanto scandalo e timore ai suoi esordi. Inoltre dal 13 al 16 Novembre si celebravano gli Isia, che ricordavano la morte ed il ritrovamento di Osiride da parte di Iside e la resurrezione del dio in forma di Horus.
Le fonti non ci dicono se i riti di iniziazione caratterizzanti questo culto, come anche di altri sempre di origine orientale quali quello di Dioniso, di Demetra, di Adone, fossero condotti dalle sacerdotesse o dai sacerdoti. Ma il detenere o meno di tale compito non va ad inficiare o a sminuire il ruolo di sacrificante ricoperto dall’elemento sacerdotale femminile che, come si è visto, compiva i sacrifici, quindi non mostra la funzione della sacerdotessa in alcun modo subordinata o di supporto alla figura del sacerdote.
Come appare evidente da quanto detto, gli studi su questo aspetto della religione romana devono avanzare per gettare luce sui molti interrogativi che ancora non permettono di avere una conoscenza soddisfacente su tanti aspetti della religione e della ritualità romane.
Quando cessò la pratica della ritualità officiata da sacerdotesse? Il 27 Febbraio 380 gli imperatori Teodosio I e Graziano, con l’editto di Tessalonica, dichiarano il Cristianesimo religione di Stato, proseguendo e radicalizzando gli interventi operati da Costantino, durante il regno del quale già si verificano saccheggi e distruzioni di templi e statue di culto o raffiguranti divinità. Nel 391 lo stesso Teodosio I proibisce la pratica di qualsiasi culto pagano comminando la pena di morte per i trasgressori e fa spegnere il sacro fuoco di Vesta a Roma. La descrizione delle violenze perpretate in questo periodo esula da questo contesto, ma basti considerare la perdita di straordinarie opere d’arte e di documentazione letteraria e cultuale conseguenti alle operazioni violente dovute all’esaltazione religiosa cristiana, per rendersi conto del danno per lo studio dell’arte e della religione classica che oggi dobbiamo registrare, e che si rileva ogniqualvolta si ritrova una statua di divinità sfregiata, nel viso e nel corpo, da colpi di martello e con croci rozzamente incise ; finora se ne contano oltre trecento, ma pare ce il numero sia desinato ad aumentare. Lo storico greco Zosimo (fine sec. V inizi VI) nella sua opera Storia Nuova, V, 38 racconta il triste episodio che vide Serena, moglie del generale Stilicone, togliere una preziosissima collana dal collo della statua di culto di Rea, nel tempio della Magna Mater sul Palatino a Roma, per metterla al suo collo con espressioni di disprezzo per le divinità classiche. Il racconto prosegue con la maledizione lanciata dalla Vestale Massima Celia Concordia (non sappiamo perché presente nel tempio della Magna Mater) contro Serena e tutta la sua famiglia, maledizione che nel volgere di qualche anno non mancò di colpire con triste destino tutti i destinatari della maledizione. Sappiamo che il culto di Vesta continuò ad essere seguito per molti anni dopo di Tessalonica e che le Vestali continuarono ad essere oggetto di considerazione e grande stima da parte di esponenti di tutte le classi sociali, ma la tradizione segnala Celia Concordia come l’ultima Vestale, indicando quella data come il termine post quem per la fine del culto pubblico e del funzionamento del tempio di Vesta al Foro romano. Anche tutti gli altri sacerdozi esercitati sia da uomini che da donne ebbero termine in quell’anno 391, almeno in ambito ufficiale. Sappiamo, però, che in privato i culti della religione classica continuarono ad essere praticati ancora per molto tempo, così come in piccoli sacelli e templi agresti lontani dal controllo maggiore esercitato nei grandi centri urbani, tanto da provocare il varo di molti altri editti imperiali che reiteravano la proibizione della pratica degli antichi culti comminando punizioni che andavano dall’esilio e dalla confisca dei beni fino alla pena capitale. Argomento questo molto interessante che porterebbe ad analizzare gli sviluppi della prosecuzione della religione classica in clandestinità, con esiti che potrebbero riservare notevoli sorprese.
Sanda Mazza
NOTE
- 1) Plutarco, Quaestiones romanae, 50.
- 2) D.Gourevitch – M.T. Raepsaef–Charlier, La donna nella Roma antica, Firenze-Milano, 2006, p. 181.
- 3) Ovidio, Fasti, III, 393-398.
- 4) Ovidio, Fasti, VI, 227-234.
- 5) Plutarco, Quaestiones romanae, 86.
- 6) Plutarco, Saturnalia, 1,15,19.
- 7) Tito Livio, Ab urbe condita, 1, 27.
- 8) Tito Livio, Storie, XXXIX, 8-19.
- 9) Cassio Dione, Storia romana, XL, 47, 4.
- 10) Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri IX, I, 3, 4.
BIBLIOGRAFIA
J. Vons, L’Image de la femme dans l’ouvre de Pline l’Ancien, Bruxelles, 2000.
A. Zaccaria Ruggiu, Spazio privato e spazio pubblico nella città romana, Roma, 1995.v
R. Raffaelli (a cura di), Vicende e figure femminili in Grecia e a Roma, Ancona, 1995.
G. Vidén, Women in Roman Literature. Attitudes of Authors of under the Early Empire, Goteborg, 1993.
Georges Duby – Michelle Perrot, Storia delle donne – L’Antichità, Roma, 1990.

Laureata e specializzata in Archeologia Classica presso l’Università Sapienza di Roma, ha maturato una solida esperienza sul campo partecipando a numerose campagne di scavo, tra cui quelle presso il tempio della Magna Mater al Palatino, la località Ferratella a Roma e Torino per conto della Soprintendenza del Lazio, e il tempio di Giove a Cirene, in Libia, in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma.
Ha inoltre tenuto corsi di archeologia presso l’Università 50&Più, condividendo le sue conoscenze con studenti di ogni età. Attualmente, tiene conferenze e visite guidate per associazioni culturali, oltre a pubblicare articoli su riviste specializzate, contribuendo alla divulgazione e alla valorizzazione del patrimonio archeologico.
