
Fig.1: Patera di supporto da stendardo in bronzo dal diametro di 25.1cm.
Viene interpretata come una ‘phalera cum imago’ incompleta e dunque mancante di imago.
Rinvenuta a Newstead, Scozia, è datata al II secolo d.C.
N.Inv.X.FRA.132 • National Museum of Scotland • Edinburgo
[foto dell’autore]
Molti e diversi sono per gli uomini i modi di morire, eppure i Romani ne possiedono un loro proprio. È la fine del Primus Pilus Tito Balvenzio la cui la sola autorità irraggia sicurezza nella tragedia, il cui ordine prossimo viene stroncato dal ferro nemico. La tragula lo trafigge, si incastra tra le sue costole, estingue la luce del suo faro. Cade in mezzo ai suoi. È la disperazione furente di un padre, Quinto Lucanio, Centurio dei Primi Ordines, che assiste all’inevitabile sorte del figlio e che nel suo duplice senso del dovere perde la vita, ma insieme inseparato. È il volto trasfigurato e privato della mandibola da un frombolo del Legatus Lucio Aurunculeio Cotta. A seguito della decapitazione del collega rifiuta la resa, guida un contrattacco con chi è ancora vivo. La sua figura viene inghiottita. Tuttavia nella cruenta forgia che fonde insieme le voci ed i corpi, il metallo e le anime, è l’Aquilifer Lucio Petrosidio che ricama nella fitta trama dell’arazzo della storia un gesto destinato a rimanere iconico. Incalzato mentre tenta di riportare i superstiti del massacro al campo abbandonato, tallonato dagli assassini si attarda, sprona gli altri a far più in fretta, resta indietro. In un ultimo moto di rivolta il suo braccio resta sospeso mentre viene fagocitato dalle ombre, la sua mano protesa nel lancio dell’aquila della sua legione, della XIV, che fende l’aria, la recide con un taglio dal frastuono silenzioso sino alla riva auspicata sicura, oltre il terrapieno, in mezzo ai rimasti. Salvare un simbolo non è salvare solo un oggetto, è salvare ciò che rappresenta, chi rappresenta. Lucio la scaglia lontano dal pericolo. Contro ogni senso dell’autoconservazione in lui il valore della custodia e della responsabilità collettiva vince. Si sacrifica per sottrarre all’oblio, allo scherno ed alla dissacrazione, qualcosa che è più di materiale inanimato, consapevole che così agendo salvaguarderà anche qualcosa di sé stesso. Il tradimento delle genti della Belgica guidate dal Re locale Ambiorige fra il 54 ed il 53 a.C., i loro inganni che attirano fuori dagli hiberna i giovani soldati della LEGIO XIV nella trappola di Atuatuca, è una triste ma cruciale pagina del De Bello Gallico.[1] A quanto Cesare stesso riferisce proseguendo nella narrazione degli eventi, coloro scampati all’eccidio del giorno prima rimasero dentro al vecchio campo con l’aquila (per quanto ne sappiamo unica insegna ancora in loro possesso), per poi, circondati nella notte, desistere ogni speranza di salvezza. Tranne alcuni incaricati di sgattaiolare via per informare gli altri comandi, tutti si suicideranno attorno al vessillo.
Raccontare, analizzare e dunque delineare una evoluzione chiara, netta e completa delle insegne e del loro ruolo nel mondo romano è impresa ardua. Una complessità acuita dall’inversamente proporzionale discrepanza fra fonti letterarie, nutrita documentazione iconografica e rarissima testimonianza archeologica, la cui penuria rende tali reperti di vitale importanza.[2] Forse siamo noi sfortunati. O forse questi soldati sono straordinariamente votati alla loro difesa. Può parer addirittura assurda come affermazione, tuttavia ad oggi nessun’aquila, nonostante così tanti secoli intercorsi, così tante legioni e così tanti giuramenti, è stata riportata alla luce con assoluta certezza scientifica. Misure incompatibili, dettagli di manifattura e talvolta la decontestualizzazione affliggono i reperti candidati, molti di essi di tardo periodo imperiale.[3] E sebbene R.D’Amato ci lascia con il beneficio del dubbio circa l’unico esemplare più antico che potrebbe corrispondere alle descrizioni, un rapace in bronzo dorato di tardo I secolo a.C. da Amiternum ora al Museo Nazionale dell’Abruzzo, tale ipotesi e la sfera di possibilità che vi aleggia attorno non apporta alcuna svolta.[4] Ma ora facciamo un passo indietro.
I primi gradini della comprensione sono quelli che percorrono le orme di funzioni e natura dei Signa Militaria. Siamo in grado di distinguere e riconoscere nettamente tre valori: uno meramente tattico, uno giuridico ed uno religioso. A questi, e più precisamente riflesso e naturale conseguenza dei primi due dei suddetti, se ne aggiunge, ne emerge un quarto: quello identitario. Gli stendardi sono rinomatamente dei catalizzatori sul campo di battaglia quanto per gli amici tanto per i nemici. Le loro proprietà tattiche non si son mai alterate in millenni, son elementi ben visibili nella mischia, indicatori fisici ed arbitri del morale, punti di riferimento e di raccolta. Quivi si innesta il valore giuridico che attribuisce all’insegna una intrinseca qualità istituzionale, un fenomeno direttamente proporzionale alla progressiva professionalizzazione delle forze armate. L’esistenza dunque di una unità o sotto-unità combattente prescinde quella della sua insegna. Il reale numero di Signa nei ranghi di una singola legione è a tutt’oggi un tema spinoso il cui dibattito è aperto. Senza addentrarci in un labirinto simile si può affermare con sufficiente convinzione che la riforma mariana nel 104 a.C. normò per la prima volta la questione rappresentando una rigida cesura con gli usi del passato, come Plinio il Vecchio testimonia,[5] e che a partire dalla riforma augustea vi fosse almeno un Signum per ogni manipolo e per ogni coorte oltre ai simboli di legione in quanto tale.[6] Come già accennato tali ingredienti mescolati nel medesimo gran cratere del servizio, della quotidiana condivisione e della reciproca intesa produce nei soldati quel valore identitario di corpo che viene proiettato sulla propria bandiera d’appartenenza. Lo stendardo allora traduce un messaggio unanime. Riassumendo così tutti coloro che vi hanno prestato giuramento esso si fa sineddoche dell’intera unità e di tutti coloro che vi hanno combattuto. Ben lo rintracciamo nella raffigurazione, mi sovviene in particolare quella numismatica, nella quale per ovvie ragioni di spazio la sintesi allegorica è necessaria come nelle emissioni delle zecche militari itineranti tardo-repubblicane di Marco Antonio o ancor più nel diffuso topos dell’adlocutio cohortium. Questo esprit, questo spirito comune, viene alimentato e cementato anche dalla pratica di insignire i reparti interi di titoli ed onorificenze, di dona o monilia (fig.2). Premi i quali venivano appunto sfoggiati sulle proprie insegne poiché non individuali, ma motivati da azioni di gruppo.
Fig.2: Frammento di stele funeraria in calcare bianco. Appartiene ad un sottufficiale dal nome ignoto, figlio di Publio, Signifer della LEGIO XI. Come è uso lo stendardo reca elementi dal numero variabile, a seconda del valore dimostrato in servizio dal reparto. Qui vediamo nettamente almeno 3 phalerae, forse una quarta in alto, ed una lunula crescente. Ignoriamo se sulla parte sommitale vi siano corone. Rinvenuto a Burnum, Croazia, è datato al I secolo d.C. ILJug-03.02817/EDCS.10101842 N.inv.10578 • Archaeological Museum • Zadar [foto dell’autore]

Giunti allora alla vera materia del contributo, alla sacralità ed al culto, partirei da uno stralcio dell’Apologeticum di Tertulliano. Egli scrive:
“[…] Religio Romanorum tota castrensis signa veneratur, signa iurat, signa omnibus deis praeponit. […]”
Apologeticum, XVI.8
Seppur fervente cristiano nato a Cartagine e figlio di Centurione, Tertulliano in una manciata di parole è in grado di descrivere molto della vita militare. Sugli stendardi si presta giuramento ed essi vengono venerati, anteposti a tutte le altre divinità. Concordando pienamente con l’opinione di B.Campbell nell’asserire che i toni qui siano esagerati e che nessun soldato avrebbe mai preposto in chiave assoluta i Signa ai Celesti,[7] senza dubbio si rintracciano delle linee guida teologiche e liturgiche. Si può definire che l’esercito, aggregazione sociale di soldati, rappresenti una comunità di fedeli particolare ed a sé stante. Ci troviamo di fronte a più piani secanti fra loro. In questo complesso sistema devozionale la dimensione della ‘religione’ ufficiale fondata sugli Dei dello Stato, ed a partire dal Principato anche sulla figura divinizzata dell’Imperatore, si intreccia poi a quella della ‘religione’ privata, professata dai singoli, testimoniata da dediche individuali e spesso determinata dall’origo, da provenienza, etnia e background culturale.[8] In un universo di interazioni così fitto ed espanso, possiamo distinguere quattro categorie o interlocutori principali: i grandi Dei, i Genii, le Astrazioni e i Signa. I Romani erano convinti che i loro successi fossero anche frutto di favore sovrannaturale, una forma di legittimità nel successo bellico premio per la loro pietas.[9] L’attività ordinaria e straordinaria del miles è scandita da un dialogo costante con Dei Maggiori e Minori i quali tutelano azioni, spazi e persone. Non dobbiamo in questa sede dimenticare la tradizione secondo cui tutti i Romani sono progenie di Marte. Persino il Limes, la frontiera stessa, una idea bidimensionale che sappiamo oggi essere non così netta ed unilineare come in cartografia viene rappresentata graficamente, per Le Bohec in primis fra i suoi cinque elementi costitutivi è fondato su una ‘Coorte Divina’ e ciò non dovrebbe sorprenderci vista la valenza sacra del limite, del confine e del recinto.[10]
Non è a mio dire un caso che i Signa si facciano, in qualità di deità, mediatori delle altre tre categorie accogliendone immagini, attributi ed iconografie, poiché, in quanto strumenti, sono tramiti fisici non solo di sé stessi. Certo tra tutti i Dii Militares[11] sovviene subito l’egemonia di Giove il cui animale totemico, i cui fulmini e la cui mano[12] sono rimandi costanti. Nella serrata schiera di Astrazioni e Personificazioni riconosciamo in Vittoria un’epifania ricorrente sugli stendardi. L’unico esemplare di vexillum sopravvissuto sino ai nostri giorni, rinvenuto in Egitto, datato al III secolo d.C. e conservato presso il Pushkin State Museum of Fine Arts di Mosca, è un delicatissimo esemplare in lino ricamato 47x50cm su cui campeggia una Vittoria. Ella, priva di ali e con i piedi su di un globo, reca con sé le prerogative dei vincitori: una fronda di palma ed una corona d’alloro. Per quanto concerne invece i Genii (appositamente posti in fondo alla rapida carrellata d’esempi) il discorso si fa amplissimo ed in questa sede merita una riduzione di spettro. Il Genius è uno spirito custode non esclusivo del mondo marziale, tuttavia la capacità di questo genere di numi di vigilare su letteralmente qualsiasi possibile grado, mansione, sull’intero quadro ordinativo e sulle sue singole componenti costitutive, persino su-

Fig.3: Rinvenuto in Francia, questo disco bronzeo è considerato una badge da ufficiale di III secolo d.C. Speculari vediamo rappresentate le Vexillationes di due legioni: la XX Valeria Victrix e la II Augusta. Le 10 figure stilizzate divise in due gruppi di 5 recano scudi ovali privi di decorazioni, ma ciò che ci serve è altro. Due vexilla introducono le due colonne accompagnati dai Genii delle unità d’appartenenza, il cinghiale ed il capricorno sovrastano i soldati di cui sono protettori.
[da P.Southern & K.R.Dixon 1996, p.125 fig.59 ridisegnato da J.Casey 1991]
-gli edifici logistici, ne ha indotto ad una esponenziale proliferazione che in un suo articolo M.P.Speidel ha saputo ben far emergere.[13] Quelli che ci interessano sono principalmente legati ad unità e sottounità, così indirettamente alle loro insegne. Seguendo un principio decrescente possediamo menzione persino di un Genius exercitus[14] rispetto al diffusissimo Genius legionis che avremo modo di approfondire. Ogni coorte, ala, turma e centuria[15] è vegliata da un Genius, così i Signa in quanto insieme a loro volta e di riflesso chi li reca.[16] In ogni angolo del dominio romano, in ogni provincia sino ai confini del mondo le dediche si propagano fra i ranghi, svelando un attaccamento ed un’adorazione sia istituzionale sia spontanea che coinvolge il personale in servizio tanto quanto quello in congedo. È al “Genio Sancto” della sua legione e dei suoi “commanipulorum bonorum”, dei suoi splendidi fratelli d’arme, che si rivolge l’optio Quinto Cecilio Kalendino di stanza in Egitto.[17] Così il tribuno laticlavio Marco Celio Iuliano offre al Genius della sua LEGIO XIII Gemina in Alba Iulia, Dacia.[18] Tra Marzo e Giugno del 238 d.C. il prefetto dell’Ala I Hispanorom Asturum pone a Condercum, in Britannia, la sua lastra votata alle “Matribus campestribus”, alle madri del terreno d’addestramento, ed al loro “Genio alae”.[19] In molti esempi la preghiera o il ringraziamento è associato a Giove Ottimo Massimo e come su di una stele della LEGIO XIIII Martia Victrix rinvenuta in Pannonia Superior anche “Iunoni Reginae Minervae ceterisque diis”.[20] Il fatto che tali spiriti siano legati all’atto di generazione di ciò che preservano li rende al contempo anime dello stesso e la loro traduzione iconografica ha perciò prodotto un vero e proprio codice di simboli. Ad ogni legione dunque corrisponde uno o più emblemi, icone di esseri animati ed inanimati, di divinità, semidei, animali tratti dal bestiario mitologico o naturale[21] (fig.3-4). Esse codificano la forma estetica e concreta del Genius legionis di cui ancora una volta si fanno mediatori i Signa. L’effigie fisica allora può esser inserita nel pattern di un Signum quale quello cohortium di Quinto Luccio Fausto della LEGIO XIIII[22] ove appare un capricorno su globo in basso prima della sequenza di phalerae. Oppure le può esser riservato un proprio Signum sulla cui sommità sia posto il simulacrum (fig.4?). Lo rintracciamo ad esempio nella scena XLVIII della Colonna Traiana nella quale la LEGIO I Minervia attraversa il Danubio su un ponte di barche con alla testa il suo ariete, così altrettanto il capricorno della IIII Scitica in un rilievo di epoca tiberiana a Venafro. Il legame con l’altro più importante agente identitario, l’aquila, si rivela ovviamente stretto. Lo notiamo ancora una volta nell’epigrafia. Il 20 Settembre del 224 d.C.[23] in Moesia il Primus Pilus Marco Aurelio Iusto dedica a tutti gli Dei, al Genius della sua LEGIO (la I Italica Severiana) e “Virtute Aquilae Sanctae signisque”. Il 23 Settembre del 244 d.C.[24] a Isca, nella basilica principiorum, il Primus Pilus dal nome ignoto della LEGIO II Augusta fa incidere su un pilastro in arenaria la propria riconoscenza “Numinibus Augustorum Genio legionis in honorem aquilae”.
A ribadire la veste d’intermediazione e centralità è il peso ricoperto nella ritualità militare. Non è altresì un caso, infatti, che ogni singola recluta una volta arruolata (dilectus), ritenuta idonea (probatio) ed introdotta ad un primo ciclo addestrativo, debba affrontare il primo vitale passo della propria carriera: il giuramento. Il sacramentum si presta alle insegne, vi si ripone la propria fedeltà in quanto espressione del potere statale e divino. Per usare una calzante metafora di E.Todisco esse sono il fulcro topografico della nuova dimora acquisita.[25] L’esercito, la legione è letta come una nuova casa, una nuova famiglia reale ed ideale. Lucio Emilio Paolo dice ai suoi durante la Terza Guerra Macedonica:
“[…] Patria altera militaris est haec sedes […]”
Livio, Ab Urbe Condita, XLIV.39
Fig.4: L’interpretazione di questo reperto è controversa sotto molteplici punti di vista. Con certezza l’oggetto la cui terminazione sfoggia una piccola figura bronzea di cinghiale corrente andava inastato. Ciò è sufficiente a convincere e convincermi si tratti di un Signum recante un Genius, di quale legione difficile a dirsi. D’Amato vi riconosce il cinghiale della LEGIO XX, tuttavia il contesto di rinvenimento è l’Italia. La fascia cronologica a cui è ascritto è molto ampia e dibattuta tra il I secolo a.C. ed il III d.C. rendendone la datazione piuttosto inutile. N.inv.1772.0303.8 • British Museum • Londra [foto dell’autore]

Il vincolo che si suggella è molteplice e sancito secondo i criteri della religio, i medesimi che definiscono “solemnis et sacrata” la militia.[26] Una promessa fatta dunque ai Signa del cui amor anche Seneca discorre a Lucilio ed a cui indissolubilmente associa il tradimento e l’ignominia di chi la infrange.[27] La manus dextera aperta dei Signa manipulorum ne sarebbe promemoria.[28] Da ciò che possiamo ricostruire dell’episodio di Marcello, e forse sui binari di un percorso logico, rinnegare il voto di fedeltà è anch’esso veicolato attraverso i Signa, ai cui piedi egli lancia via il proprio cingulum.[29] A riprova del transito, del trasloco mistico ed immateriale sancito dal sacramentum dall’ambito domestico dei Lares a quello dei Genii militari, sovvengono le similitudini nella produzione di figurine ed idoli bronzei, i quali per aspetto e posa talvolta coincidono (eccetto per taluni attributi). Un esemplare emerso nel campo di Lariacum, lungo il fronte Danubiano, ha attirato la mia attenzione non solo per la descrizione delle braccia.[30] Interpretato come Genius legionis, veste una corazza anatomica rifinita di foglie (di quercia?) e sul capo indossa una corona castrensis quasi a riaffermare la tutela non solo dell’unità, ma anche del luogo in cui essa vive e risiede. Nonostante il processo di laicizzazione induca ad uno iato e la trasformi più in un iusiurandum dal Principato sino al III secolo, la pratica del giuramento conserva la sua forma costantemente, ritrovando in seguito una sorta di continuità con l’introduzione del Cristianesimo.
Quando si è usato parlare di fulcro, cuore topografico è stato poiché effettivamente il forte, l’accampamento, la cosiddetta Civitas militare rispetta un ordine ed un modello urbanistico, un piano regolatore ripetitivo e funzionale. I Signa ne rappresentano l’epicentro, lì ove le strade si intersecano.[31] Come ogni deità che si rispetti essi possiedono un proprio ambiente sacro, un sacellum ove riposano nei principia (fig.6) e vengono sorvegliati dei loro alfieri,[32] i quali (mi è stato spesse volte domandato) non sono sacerdoti, piuttosto affidatari temporanei della loro cura. Sul fodero decorato in argento e bronzo dorato del celebre “gladio di Tiberio” si conserva nel basso registro una straordinaria raffigurazione attribuibile al sacellum, presentato architettonicamente come un’aedes dal tetto a spiovente sormontato da acroteri e dalla fronte tetrastila d’ordine corinzio al cui centro spiega le ali un’aquila (fig.5).[33] Interessante è il rapporto con l’aerarium collocato nella medesima struttura, talvolta proprio adiacente o al di sotto della medesima stanza. L’abitudine di depositare i fondi, il danaro pubblico, gli stipendia, ma ci fa sapere Vegezio anche il soldo privato da parte dei singoli,[34] sotto uno sguardo vigile e superiore automaticamente condanna il ladro più che per furto per l’aggravante del sacrilegio. Non solo. Probabilmente si tratterebbe di un fossile guida, un retaggio di epoca repubblicana durante la quale era prassi tenere le aquile in tempo di pace nell’aerarium di Roma,[35] in Foro presso l’Aedes Saturni la cui erezione risale a Tarquinio il Superbo.[36]

Fig.5: Dettaglio del celebre fodero del “gladio di Tiberio”. È una splendida lama tipo Mainz e di certo unica nel suo genere datata tra il 14 ed il 19 d.C. Qui ne vediamo solamente la parte terminale.
N.inv.1866.0806.1 • British Museum • Londra
[fonte BritishMuseum.org/collection]
Parimenti alla cerimonia di apertura e chiusura dei battenti del tempio di Giano, l’assenza dei Signa dai principia è chiaro sintomo di disequilibrio, di conflitto esterno o interno e così il loro ritorno ristabilisce la pace, decreta una rinnovata armonia. Della rivolta pannonica del 14 d.C. Tacito scrive:
“[…] signa unum in locum principio seditionis congregata suas in sedes referunt. […]”
Tacito, Annales, I.28
A proposito d’insurrezioni vi è certamente un episodio coevo degno di nota.[37] Augusto si spegne a Nola il 19 Agosto del 14, ma gli applausi che ne accompagnano la dipartita si affievoliscono in fretta. Lungi dai prototipi ideali, i legionari erano uomini consapevoli del proprio valore, peso e potere. Il loro malessere, malcontento, sfiducia o insicurezza, persino volubilità, saranno durante il periodo imperiale un latente interruttore di sovvertimenti politici e guerre civili. Nell’Agosto del 14 a Nord, “apud ripa Rheni”, giace una bomba ad orologeria. 8 legioni vi sono stanziate, in due armate da 4 ciascuna, l’una al comando di Aulo Cecina e l’altra al comando di Gaio Silio.[38]La notizia del decesso del Princeps raggiunge Ara Ubiorum entro la fine del mese, non prima del 27.[39] I primi ad ammutinarsi sono della LEGIO V e della XXI, tuttavia l’effetto domino è rapido e le fiamme della sedizione divampano ancor più alte nei quartieri della LEGIO I e XX. Le voci invadono furiose strade e camerate. Ufficiali vengono uccisi.[40] Seppur legittimo erede designato, il titubante Tiberio, che Svetonio ci descrive così circondato da minacce da fingersi malato,[41] non viene riconosciuto. Le ombre della detronizzazione lambiscono, avvolgono la figura di Germanico. Molti lo ritengono un degno usurpatore, meritevole d’esser sostenuto, seguito. Egli ciononostante rifugge questa offerta, soffocando le malcelate ambizioni della moglie Agrippina e affermandosi inamovibile sostenitore dell’integrità dello stato e delle sue leggi. Che la matrice sia prettamente strumentale come Cassio Dione pare convincersi[42] o che dietro vi siano ragioni connesse alle condizioni del servizio ed ai congedi come Tacito è propenso a tramandare, una calma apparente viene raggiunta attraverso una serie di concessioni. L’ordine così faticosamente ristabilito è destinato a deteriorarsi nuovamente nel caos allorquando sopraggiunge una nuova ambasceria senatoria. Sono ancora una volta i soldati della XX ad accusare il capo della delegazione, Lucio Munazio Planco. La diffidenza muta presto in rabbia all’idea che costui si sia presentato per revocare ciò che era stato a merito loro promesso. Di notte, un fiume di veterani armati di lame e torce abbatte le porte della residenza di Germanico reclamando i vessilli. Si riversano allora in strada. Membri della missione diplomatica vengono trucidati, i Legati sono incapaci di domare gli animi. Ed è allora che Planco, fuggito a perdifiato nelle caserme della LEGIO I e quivi inseguito per essere anch’egli eliminato, si rifugia disperato nei principia. Si abbandona ad un gesto quasi omerico, da supplice abbraccia i Signa e l’aquila le cui ginocchia immaginarie rimangono le loro aste. È a quel punto che, intervenendo anche l’Aquilifer Calpurnio, la sua vita verrà risparmiata ed il suo sangue non macchierà altaria deum.[43] Questo aneddoto a mio dire ci offre davvero informazioni preziose. In primis ci chiarisce quanto sia stimata la parola di coloro preposti a portare in battaglia gli stendardi. L’intercessione infatti di Calpurnio ha un palese impatto persuasivo sulla truppa. Il modo con cui Planco interagisce con i Signa ci aiuta a comprendere cosa essi siano effettivamente. Divinità essi stessi ed immagini di sé stessi.[44] Giuseppe Flavio li appella “τὰ ἱερά”, “tà ierà”, un vocabolo greco dal significato profondo e poliedrico che racchiude in sé tutte le cose sacre.[45] Questo porta i fedeli a rivolgervisi direttamente. Avviene nel 69 d.C. allorquando nel campo della LEGIO VII Galbiana s’ignisce una ribellione ed il Legatus Marco Antonio Primo si appella agli stendardi acciocché l’ordine si ristabilisca.[46] Essendo unitamente anche icone, possedendo un’Aedes ma non un proprio sacerdozio ed un proprio altare, vengono alla ricorrenza di feste cosparsi di unguenti ed oli come le statue degli Dei[47] e, fungendo da are di sé stessi, presso di loro si offrono libagioni. È il 70 d.C. I legionari, dopo mesi di brutale e sanguinosa lotta, dopo aver in una settimana demolito persino le fondamenta della Fortezza Antonia, si fanno largo sino alla corte del Tempio di Gerusalemme, ne invadono lo spazio travolgendo ogni cosa, ogni ostacolo. Il santuario è in fiamme in più punti. Alte lingue di fuoco anneriscono il cielo, le porte d’argento del portico sono liquefatte ed i rivoltosi in fuga verso la città bassa. Allora coperti già di bottino portano i loro stendardi alla porta orientale, li piantano al suolo, li pregano e offrono sacrifici prima di acclamare Tito Imperatore.[48]
La partecipazione alle cerimonie, indipendentemente dal carattere, tradisce l’imprescindibilità della loro supervisione. Abbondanza di spunti è offerta dalle due colonne coclidi di Roma sulle cui spire a bassorilievo assistiamo a molteplici imprese e non solo. Nelle principali scene di sacrificio della Colonna Traiana (scena VIII; LXXXV-LXXXVI; XCVIII-XCIX) tra le figure, nella folla, i Signa spiccano prepotentemente levandosi sino ai bordi del registro.[49] Non dissimilmente la Colonna Antonina si apre e si chiude con un’Adlocutio nelle quali Marco Aurelio è ritto sul suggestum, il palco, circondato da littori, membri dello staff e soprattutto da stendardi (scena IV; LV). La scena IX ne condivide alcuni aspetti, ancora una volta l’Imperatore è descritto in una quinta d’insegne mentre si rivolge alle truppe per un briefing. Ed ancora nella scena LIII la submissio, la sottomissione dei vinti, è guidata da tre vexilla. Assodando dunque l’imprescindibilità della soprintendenza delle insegne a qualunque attività cerimoniale ed istituzionale, celebrazioni e feste costituiscono l’apparato portante del calendario fissandovi precisi momenti liturgici.
Fig.6: Le infrastrutture militari venute alla luce nei pressi di Haltern am See, lungo le sponde del fiume Lippe facevano tutte parte delle installazioni note sotto la denominazione latina di Aliso. Coinvolte nelle operazioni di Druso Maggiore, rimasero ultimo baluardo romano in Germania Magna prima del ritiro a seguito della clades variana. Tra le strutture degne di nota è la netta planimetria dei Principia di cui è bene descritta anche la ripartizione dello spazio interno.
[da S.Groh 2023, p.258 fig.B4.3]

Uno fra questi, quello che potremmo definire ‘compleanno’, risulta mutevole da legione a legione poiché appunto si svolge annualmente all’anniversario di fondazione. Qui il senso di costituzione si amalgama al concetto di natività dando alla luce l’ennesima sineddoche, il giorno in cui l’aquila è nata. È in questa occasione che il Centurio della LEGIO VII, Licinio Paterno, fa incidere al lapicida sull’ara votiva che a León reca il suo nome “ob natalem Aquilae vexillatio legionis”.[50] Non è l’unico esempio, anzi, rintracciamo anche altre formule quali “ob natalem aprunculorum” oppure “ob natalem signorum”[51].
Per sottoporre alla vostra attenzione due date da segnare sulla vostra agenda sono costretto ora a trascinarvi sino ai limiti orientali delle terre su cui vige la legge di Roma, sulle sponde del fiume Eufrate. Qui tra le possenti mura della fortezza carovaniera di Dura Europos, nel cuore del suo tessuto urbano e più precisamente da ciò che resta del tempio eretto ad Artemide Azzanathkona, isolato E7 stanza W13 appena accanto ai principia e vicino alle camerate (E8), un fragile papiro è tornato alla luce.[52] In mezzo alla documentazione relativa alla Cohors XX Palmyrenorum si è conservato un preziosissimo testo redatto in quattro colonne datato al regno di Severo Alessandro tra il 223-227 d.C., un preciso elenco di celebrazioni ufficiali noto ormai con il nome di Feriale Duranum.[53] Non esiste alcun nesso diretto fra l’unità, una coorte miliaria equitata, e l’edificio di culto la cui divinità non ne era patrona, se non l’esigenza operativa verificatasi tra il 160 ed il 165 d.C. con la parziale occupazione dello spazio templare e l’installazione di un compound militare interno nella zona occidentale.[54] Ciò spiega la presenza dei registri. Ma veniamo al dunque. Il sesto giorno delle Idi di Maggio (10 Maggio) e la Vigilia delle Calende di Giugno (31 Maggio) ricorre Rosalia Signorum.[55] Si tratta di supplicationes. Le insegne in processione vengono riunite nel cortile del praetorium e qui, nei pressi dell’altare centrale vengono decorate di ghirlande e festoni di rose. La scarsità di dettagli e l’assenza di fonti epigrafiche circa le Rosalie ha suscitato una serie di controversie interpretative. Dunque non possediamo una univoca lettura di tale fenomeno. Le rose son fiori pregni di significato in ambito civico e privato, protagoniste in cortei onorari pubblici alla Magna Mater, ad Iside e probabilmente anche a Mithra.[56] L’idea romantica che, non nego mi catturi, vi fosse una connessione col culto dei defunti renderebbe questi giorni votati alla memoria dei commilitoni caduti, ricordati dai loro fratelli in vita ornando di fiori i vessilli su cui avevano giurato e sotto cui erano trapassati. Una ritualità questa che culminerebbe in un giuramento ai Mani.[57]
Una tale carica spirituale, psicologica ed emotiva genera allora come è proprio di tutto ciò che è sovrannaturale e sovrumano una messe di credenze. I soldati attribuiscono valore oracolare a fenomeni ed eventi che interessano le insegne, un linguaggio fatto di presagi fausti ed infausti che colma i loro cuori di superstizione. Ciò che alle insegne accade, accadrà a noi, loro ne son convinti. Le potenzialità di simili auspici e la loro interpretazione infatti si rivela spesso nell’attimo cruciale che si approssima al pericolo, al momento irreversibile in cui la decisione sbagliata è colta. I Signa dissentono, disapprovano la strategia degli uomini, cadendo poi vittima di un superiore Fato scritto dalla sordità e cecità di questi ultimi ai segni.
Nell’estate del 53 a.C. un grande esercito è in marcia verso oriente. Dei tre Triumviri, il ricchissimo Marco Licinio Crasso ha vissuto a lungo in ombra dei condottieri del passato e del suo presente, ma sarà questa frustrazione a traghettarlo verso un riscatto fatale. Proconsole di Siria è ben lontano dalla confidenza dei suoi appalti, dalla familiarità dei suoi trucchi da imprenditore della Città Eterna. A Zeugma le legioni sono incolonnate, pronte ad attraversare l’Eufrate e lasciare le impronte dei propri chiodi su suolo partico, tuttavia una delle aquile si rifiuta di superare questo limite. Quasi avesse messo radici salde al suolo non si muove, racconta Cassio Dione. Son necessarie più persone ed un grande sforzo per strapparla via e vincere la sua riluttanza.[58] Non è finita qui. Una volta sul ponte un forte vento si leva abbattendosi sui reparti di testa. Uno dei labari viene capovolto, trascinato via dalla sua astail drappo precipita nelle acque del fiume.[59] Come spesso avviene nella secolare storia militare romana, è la catastrofe, la disfatta, la perdita, a sublimare le virtù latine, a manifestarle più chiaramente, a testimoniarne la massima espressione. Smarrire un’insegna è una ferita difficile da lenire, la divinità sequestrata dal nemico impedisce la ricostituzione del reparto. Il dramma di Carre culminato nell’inganno, una reiterata prassi dei nemici di Roma nel cercare la vittoria latronum modo,[60] muta la testa di Marco Licinio e gli stendardi della sua armata in trofei preziosi per Silace e Surena. A seguito di una serie di fallimenti (compresa l’inconcludente campagna di Marco Antonio del 37-36)[61], la restituzione dei Signa ed il loro ritorno presso l’area sacra di Marte Ultore si configurò come una delle chiavi di volta politico-diplomatiche augustee, un successo da decantare propagandisticamente in virtù della consapevolezza del suo significato più condiviso: un riscatto per il Popolo Romano.[62] Le allusioni prosperano. Sul rovescio dei denari emessi dalla zecca di Roma tra il 19 e l’8 a.C. sotto la supervisione del Tresviro Monetale Publio Petronio Turpiliano un guerriero partico è ritratto nell’atto di inginocchiarsi protendendo un vessillo non suo.[63] Sicuramente meno supplice ed in un rapporto più paritario appare la figura che riconsegna un’aquila sulla lorica in marmo pario della celebre copia tiberiana dell’Augusto di Prima Porta.[64] Certo va ammesso che il fresco risultato sarebbe stato oscurato dal già citato episodio variano del 9, la cui sventura ebbe un pessimo tempismo e lanciò subito una nuova sfida di recupero.
Una gravosa responsabilità da cui non può e non deve rifuggire alcuno degli uomini è quella di impedire che una simile disgrazia si verifichi ponendo a repentaglio l’esistenza stessa del reparto, ma fra questi taluni sopportano tale fardello in maggior misura. I custodi diretti delle insegne, infatti, sono sottoposti ad indagine disciplinare in caso di perdita del prezioso idolo. Qualora non abbiano riportato almeno una ferita nella lotta e non abbiano dimostrato la propria buona fede è prevista la degradazione.[65] E non solo nella venerazione, ma soprattutto nell’ambito della supervisione dell’aquila ricadono quelli che per Vegezio sono i “Doveri Santi”[66] del Primus Pilus. Egli non può lasciare il simbolo senza esser disposto a morire pur di difenderlo o riprenderne il possesso, a qualsiasi costo ed in qualsiasi circostanza favorevole od avversa, persino se l’ostile è romano stesso. Mi sovviene il passo del Centurio Attilio Vero, che dopo aver assistito al massacro di ben 6 colleghi centurioni e il vilipendio dei Signa, sacrifica la sua vita e quella di molti nemici pur di salvare l’aquila della sua LEGIO VII.[67] Era il 25 Ottobre del 69 d.C. a Cremona.
Al termine di questa breve e intensa rassegna di materiali, contesti, aneddoti ed interpretazioni abbiamo avuto modo di evidenziare taluni aspetti e di determinare tratti peculiari delle insegne nel mondo romano. Dunque dei tre valori identificati, quello tattico, quello giuridico e quello religioso, ne abbiamo approfondito quest’ultimo con maggiore attenzione e perizia. I Signa allora trascendendo la loro innegabile carica identitaria sono divinità esse stesse, immagini di sé stesse e di sé stesse altari. Al contempo si fanno veicoli comunicativi di altre divinità o entità politiche divinizzate di cui accolgono sulle proprie aste le effigi. Giunto alle conclusioni desidero ritagliare uno spazio per rispondere ad un ulteriore quesito. Ma cosa muta nel tempo, come e quando? La fotografia che descrive la processione trionfale di Gallieno in Foro nel 263 d.C. è la prova di una parziale conservazione che insiste ancora per tutto il III secolo.[68] L’aquila, seppur soggetta ad alterazioni estetiche come già testimoniato dalla stele funeraria di Tito Flavio Surillio, è longeva e sopravviverà per secoli in Oriente ben oltre i limiti della caduta dell’Impero Occidentale. Sotto Arcadio ed Onorio viene ancora considerata Primum Signum. In una poco nota biografia di St. Aniano d’Orleans di metà del V secolo redatta da P.C.Guizot intrigante è la narrazione di come la città venga salvata dal flagello degli Unni. Si grida infatti per le strade che le aquile sono finalmente arrivate, alludendo alle legioni di Ezio, e con esse gli stendardi visigoti di Teodorico e Torismondo.[69] Che si tratti forse di un atteggiamento tradizionalista, ciò che ai miei occhi è più che certo è che nel comune linguaggio dei simboli quelle ali e quegli artigli incarnavano un ormai convenzionato messaggio di potere, appartenenza, eredità e legittimazione. Le insegne di Coorti e Manipoli incominciano a scomparire nel patrimonio iconografico con l’avvento del IV secolo con alcuni rari strascichi nelle emissioni di medaglioni in metallo prezioso (ad esempio Costante nel 350). Vexillum e labarum guadagnano ampi spazi, mentre nuove forme prendono piede quali il draco, risultato di un’assimilazione da modelli iranici[70] e sarmatici[71] in grado di rimanere in dotazione sino al XII secolo tra i ranghi bizantini nonostante la propria origine. Senza dilungarmi sui complessi dettagli della fase tardo-antica, il punto cruciale dal punto di vista cultuale è scontatamente la cristianizzazione.
A questo proposito è necessario circoscrivere degli effetti che agiscono più rapidamente rispetto ad una generale transizione la cui propedeutica conversione incontra difficoltà e resistenze nelle campagne. Una conseguenza immediata, a mio dire ahimè per Costantino non di genesi onirica, è l’introduzione del monogramma, il chi-rhô, che presto si sarebbe stagliato un po’ ovunque. La sua presenza su uniformi, dotazioni individuali e accessori tuttavia non equivale a palesare univocamente la fede del personale militare tra i cui ranghi la parola di Gesù se la batte spesso con quella di Mithra, a cui poi sottrarrà anche la data di nascita. A riprova di un processo tutt’altro che rapido, da un resoconto copto relativo ad un martirio a Sebaste veniamo a conoscenza che nel sacellum della LEGIO Melitena Fulminata coesistono i Signa e le Imagines con l’icona di Cristo. L’esito finale produce un risultato ibrido nel quale i Signa sono privati della propria identità celeste e dunque non più riconosciuti deità, ma al contempo mantengono saldamente il proprio ruolo di veicoli comunicativi e con esso tutto il preesistente bagaglio di sacralità e superstizione. Santità, pratiche liturgiche e scaramanzia vengono così traghettate in qualche modo oltre per secoli seminando all’acutezza dell’analista similitudini dure a morire sino ai tempi delle guerre di religione, dell’araldica cruciforme e dell’uso delle reliquie come stendardi. Ciò che più mi intriga è la vicinanza grammaticale della parola Signa con la parola “segni” ed il fatto che sia l’Historia Augusta[72] sia Erodiano[73] per gli stendardi usino il vocabolo “Σημεῖα”, “Seméia”, il medesimo che compare in tutti e quattro i vangeli ad indicare presenze sovrannaturali o evidenze empiriche superiori, un vocabolo vicinissimo a “Θαύματα”, “Thaúmata”, ovvero i miracoli. Pertanto non di innovazione si tratterebbe ma bensì di rielaborazione nell’acquisizione, nell’appropriazione un mezzo così di perpetuazione.
Dott. Bertozzi della Zonca Luca Valerio
SedCA-Project per Ad Maiora Vertite
BIBLIOGRAFIA
Abdy R., Legion. Life in the Roman Army, London 2024
Baumgartner A.I., Sacrifice in Religious Experience, Leiden 2002
Bishop M.C., Coulston J.C.N., Roman Military Equipment from the Punic Wars to the Fall of Rome, Oxford 2006
Brand C.E., Roman Military Law, Austin 1968
Brizzi G., Roma contro i Parti. Due imperi in guerra., Roma 2022
Campbell B., The Roman Army 31 B.C.-A.D. 337. A Sourcebook, London 1994
Carandini A., Atlante di Roma Antica, Milano 2012
Coulston J.C.N., “The Draco Standard” in JRMES 2 1991, pp.101-114
D’Amato R., Roman Standards & Standard-Bearers (1) 112 B.C.-A.D. 192, Oxford 2018
D’Amato R., Roman Standards & Standard-Bearers (2) A.D. 192-500, Oxford 2019
Edwell P., Between Rome and Persia. The Middle Euphrates, Mesopotamia and Palmyra Under Roman Control, London 2008
Fink R., Roman Military Records on Papyrus, Cleveland 1971
Gregoire H., “L’ètymologie de Labarum” in Byzantion 4 1929, pp.477-482
Hertz P., “Feriale Duranum” in Der Neue Pauly IV 1998, pp.480-481
Herz P., “La religión en el Ejército del Principado” in Desperta Ferro Numero Especial X 2016, p.55-59
Hoey A.S., “Rosalia Signorum” in Harvard Theological Review 30 1937, pp.15-35
Iovine G., Latin Military Papyri of Dura-Europos (P.Dura 55-145), Cambridge 2023
Irby-Massie G.I., Military Religion in Roman Britain, Leiden 1999
James S., The Roman Military Base at Dura-Europos, Syria, Oxford 2019
Kavanagh E., “Esprit de corps. El nacimiento de la identidad legionaria.” in Desperta Ferro Numero Especial VIII 2015, pp.32-35
Kavanagh E., Estandartes militares en la Roma antigua. Tipos, simbología y función, Madrid 2016
Keppie L., The Making of the Roman Army. From Republic to Empire, London 1984
La Rocca E., Presicce C.P., Lo Monaco A., Giroire C., Roger D., AVGVSTO, catalogo della mostra 18 Ottobre 2013-9 Febbraio 2014, Milano 2013
Le Bohec Y., L’Esercito Romano. Le Armi Imperiali da Augusto alla fine del terzo Secolo, ed. italiana Roma 1992
Le Bohec Y., Geopolitica dell’Impero Romano, ed. italiana Gorizia 2019
Levick B., Tiberius the Politician, London 1976
Levick B., The Government of the Roman Empire: A Sourcebook, London 2002
Monaci A., “Sulle varie forme delle Aquile Legionarie” in RendPontAc 5 1927, pp.205 ss.
Pagan V., “The Pannonian Revolt in the Annals of Tacitus”, in C.Deroux, Studies in Latin Literature and Roman History, XII, Bruxelles 2005, pp.414-427
Phang S.E., Roman Military Service. Ideologies of Discipline in the Late Republic and Early Principate, Cambridge 2008
Pollard N., Soldiers, Cities, and Civilians in Roman Syria, University of Michigan Press 2000
Renel C., Cultes Militaires de Rome. Les enseignes., Lyon-Paris 1903
Rostovtzeff M.I., “Vexillum and victory” in JRS 32 1932, pp.92-106
Rüpke J., Domi Militiae. Die Religiöse Konstruktion des Krieges in Rom, Stuttgart 1990,
Sakata M., “Building Roman Civilisation: A Reinterpretation of Two Sacrificial Scenes (86, 98-99) on the Column of Trajan” in Aesthetics 20 2016, pp.26-37
Salvo D., “Germanico e la Rivolta delle Legioni del Reno” in ὅρμος 2 2010, pp.138-156
Sheldon R.M., Le guerre di Roma contro i Parti, ed. italiana Gorizia 2018
Snyder W.F., Fink R., Hoey A.S., The Feriale Duranum. Yale Classical Studies 7, New Haven 1940
Sordi M., “La morte di Agrippa Postumo e la rivolta di Germania del 14 d.C.”, in Scritti di storia romana, Milano, 2002, pp.309-323
Southern P., Dixon K.R., The Late Roman Army, London 2000
Speidel M.P., “Eagle-Bearer and Trumpeter” in Bjb 176 1976, pp.124-163
Speidel M.P., “The Cult of the Genii in the Roman Army and a New Military Deity” in M.P.Speidel, Roman Army Studies Vol.I, Stuttgart 1984
Stoll O., “The Religions of the Armies” in P. Erdkamp, A Companion to the Roman Army, Oxford 2007, pp.451-476
Todisco E., “Illic signa et aquilam amplexus religione sese tutabatur” in C.Woff, Y.Le Bohec, L’Armée Romaine et la Religion sous le Haut-Empire Romain. Actes du quatrième Congrès de Lyon., Lyon 2009, pp.351-361
Töpfer K.M., “Der Adler der Legion” in Antike Welt 5 2008, pp.30-36
Töpfer K.M., Signa Militaria. Die römischen Feldzeichen in der Republik und im Prinzipat, Mainz 2011
Von Domaszewski A., “Die Religion in römischen Heeres” in Westdeut. Zeitschr. Gesch. Kunst. 14 1895, pp.1-128
Von Petrikovitz H., “Sacramentum” in B.Hartley, J.Wacher, Rome and her Northern Provinces, Gloucester 1983
Webster G., The Roman Imperial Army, Oklahoma 1985
Woff C., Le Bohec Y., L’Armée Romaine et la Religion sous le Haut-Empire Romain. Actes du quatrième Congrès de Lyon., Lyon 2009
[1] Cesare, De Bello Gallico, V.33-37.
[2] G.Webster, The Roman Imperial Army, Oklahoma 1985, p.134.
[3] Fra tutti, compresi i due reperti del Gaziantep Glass Museum, l’esemplare che più appare convincente è un’aquila di 47cm in bronzo su perno inastabile emersa nei recenti scavi della fortezza ‘Babilonia’ al Cairo ora esposta presso il Coptic Museum, n.inv.1510. L’iconografia sembra esser confermata dalla simbologia della Notitia Dignitatum che usa alludere alle unità di guarnigione non con vexilla, ma con aquile, sintomo che esse proseguono a restare in uso ben oltre la cristianizzazione. L’unico elemento visibile che ne può aver risentito è l’assenza del fascio di fulmini tra gli artigli, il chiaro richiamo a Giove verrebbe in questo caso sostituito da una cornucopia e da una fronda di quercia. La datazione è controversa e copre un arco cronologico che comprende i secoli tra il III ed il V d.C. L’unità a cui potrebbe esser stata associata è dalle fonti la LEGIO XIII Gemina, di stanza nella fortezza da cui il manufatto proviene. Vedi R.D’Amato, Roman Standards & Standard-Bearers (2) A.D. 192-500, Oxford 2019, pp.8-12.
[4] R.D’Amato pone a confronto l’estetica del reperto ad un bassorilievo venuto alla luce a Sora sottolineandone la indubbia somiglianza. L’altezza della piccola aquila non supera i 25cm, non presenta un foro di innesto, tuttavia le zampe appaiono tronche degli artigli impedendo una ulteriore interpretazione. Egli non esclude dunque che si possa trattare, se non di Aquila in quanto tale, di una parte di Signum ascrivibile alla fase delle Guerre Civili. Vedi R.D’Amato, Roman Standards & Standard-Bearers (1) 112 B.C.-A.D. 192, Oxford 2018, p.12.
[5] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, X.5.16.
[6] La chiave di volta qui è l’interpretazione delle fonti. Per il periodo tardo-repubblicano vedi Cesare, De Bello Gallico, II.25, cfr. IV.34. Sia T.Mommsen, sia A.von Domaszewski sono scettici, se non totalmente contrari, all’ipotesi che prima della riforma augustea vi fossero stendardi per le coorti. Per gli inizi del Principato e il primo Impero vedi Aulo Gellio, Noctes Atticae, XVI.4.6; numerosi autori arrivano ad affermare che non solo vi siano Signa per ogni coorte e manipolo, ma anche per ogni centuria. Vedi Tacito, Historiae, III.31; Marziale, Epigrammaton Libri XII, XI.3; Properzio, Elegiae, III.12.2. Il numero tuttavia crescerebbe a dismisura. Vedi Tacito, Annales, I.18 per i Signa cohortium. Varrone, De Lingua Latina, V.88 è chiaro nel descrivere il valore tattico del Manipolo (30 per Legione), i cui soldati sono appellati ‘milites unius signi’. I Signa manipulorum li troviamo anche in Tacito, Annales, I.20; I.34.
[7] B.Campbell, The Roman Army 31 B.C.-A.D. 337. A Sourcebook, London 1994, pp.131-132.
[8] O.Stoll, “The Religions of the Armies” in P. Erdkamp, A Companion to the Roman Army, Oxford 2007, p.452.
[9] Onasandro, Strategikos, IV.
[10] Y.Le Bohec, Geopolitica dell’Impero Romano, ed. italiana Gorizia 2019, pp.129-130.
[11] CIL III.7591.
[12] Non sembra casuale il legame semantico tra manus e manipulus, un legame che non pare sciogliersi per nulla nella struttura ordinativa. Oltre ad essere un riferimento al sacramentum, la mano viene anche interpretata come riferimento alla mano di Giove Statore, il quale intima ad ognuno di rimanere al proprio posto. Vedi nota 28.
[13] M.P.Speidel, “The Cult of the Genii in the Roman Army and a New Military Deity” in M.P.Speidel, Roman Army Studies Vol.I, Stuttgart 1984, pp.353-368.
[14] ILS 2011, 2216.
[15] Anche reparti ibridi come i numeri. Lo testimonia l’altare rinvenuto ad Aballava dedicato da soldati Mauri a Giove Ottimo Massimo, ai Numi Imperiali ed al Genio. Per il testo epigrafico vedi RIB 2042.
[16] Per il Genius Signorum vedi CIL III.7591; RIB 1262. Per il Genius Signiferorum vedi AE 1958.303; RIB 451.
[17] CIL III.6577.
[18] CIL III.995.
[19] RIB 1334.
[20] CIL III.11295.
[21] Ricorrono il toro, il capricorno, il leone, il rostro, come anche il delfino. In alcuni casi come per la LEGIO X Fretensis l’intero profilo di una nave da guerra. Su Castore e Polluce per la XIII Gemina si è in dubbio. Si è al contrario certi di Ercole per la II Traiana e la XXII Primigenia. La lupa per la VI Ferrata.
[22] CIL XIII.6898.
[23] Sotto il Consolato di Giuliano (x2) e Crispino. CIL III.6224 = ILS 2295.
[24] Sotto il Consolato di Peregrino ed Emiliano. RIB 327.
[25] E.Todisco, “Illic signa et aquilam amplexus religione sese tutabatur” in C.Woff, Y.Le Bohec, L’Armée Romaine et la Religion sous le Haut-Empire Romain. Actes du quatrième Congrès de Lyon., Lyon 2009, p.354.
[26] Livio, Ab Urbe Condita, VIII.34.
[27] Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, XV.95.33.
[28] Vedi il contributo di H.Von Petrikovitz, “Sacramentum” in B.Hartley, J.Wacher, Rome and her Northern Provinces, Gloucester 1983, pp.179-201.
[29] Acta Marcelli I.6.
[30] P.Herz, “La religión en el Ejército del Principado” in Desperta Ferro Numero Especial X 2016, p.55.
[31] J.Rüpke, Domi Militiae. Die Religiöse Konstruktion des Krieges in Rom, Stuttgart 1990, pp.172-198.
[32] Vedi S.E.Phang, Roman Military Service. Ideologies of Discipline in the Late Republic and Early Principate, Cambridge 2008, p.168.
[33] Rinvenuto nelle acque del fiume Reno, presso Mogontiacum attuale Mainz, venne donato da Felix Slade al British Museum dove è ora conservato. Per l’iscrizione CIL XIII.6796; vedi H.B.Walters, Bronze/Catalogue of the Bronzes in the British Museum. Greek, Roman & Etruscan, London 1899, 867; M.C.Bishop, J.C.N.Coulston, Roman Military Equipment from the Punic Wars to the Fall of Rome, Oxford 2006, p.81 fig.41.3; R.Abdy, Legion. Life in the Roman Army, London 2024, p.161 fig.5.21.
[34] Vegezio, De Re Militari, II.20.1-2.
[35] Livio, Ab Urbe Condita, III.69.8.
[36] Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, VI.1.4; Macrobio, Saturnali, I.8.1; per l’Aedes Saturni vedi A.Carandini, Atlante di Roma Antica, Milano 2012, p.155 Tav.25.
[37] M.Sordi, “La morte di Agrippa Postumo e la rivolta di Germania del 14 d.C.”, in Scritti di storia romana, Milano, 2002, pp.309-323; V. Pagan, “The Pannonian Revolt in the Annals of Tacitus”, in C.Deroux, Studies in Latin Literature and Roman History, XII, Bruxelles 2005, pp.414-427; D.Salvo, “Germanico e la Rivolta delle Legioni del Reno” in ὅρμος 2 2010, pp.138-156.
[38] L.Keppie, The Making of the Roman Army. From Republic to Empire, London 1984, pp.205-211.
[39] B.Levick, Tiberius the Politician, London 1976, pp.69-79.
[40] Tacito, Annales, I.32.
[41] Svetonio, De vita Caesarum, (Tiberius) III.25.
[42] Cassio Dione, Storia Romana, LVII.5.1.
[43] Tacito, Annales, I.39; Vedi E.Todisco, op.cit. 2009.
[44] Lo afferma senza mezzi termini Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, VI.45.2: “[2] ὡς δὲ προῆλθον ἔξω τῆς πόλεως οἱ ὕπατοι τὰς δυνάμεις ἔχοντες καὶ τὰς παρεμβολὰς οὐ πρόσω ἀπ᾽ ἀλλήλων ἔθεντο, συνελθόντες οἱ στρατιῶται εἰς ἓν ἅπαντες, ὅπλων τε καὶ σημείων ὄντες κύριοι, Σικιννίου τινὸς Βελλούτου παροξύναντος αὐτοὺς ἀφίστανται τῶν ὑπάτων ἁρπάσαντες τὰ σημεῖα: τιμιώτατα γὰρ Ῥωμαίοις ταῦτ᾽ ἐπὶ στρατείας καὶ ὥσπερ ἱδρύματα θεῶν ἱερὰ νομίζονται: λοχαγούς τε ἑτέρους καὶ περὶ πάντων ἄρχοντα τὸν Σικίννιον ἀποδείξαντες, ὄρος τι καταλαμβάνονται πλησίον Ἀνίητος ποταμοῦ κείμενον, οὐ πρόσω τῆς Ῥώμης, ὃ νῦν ἐξ ἐκείνου Ἱερὸν ὄρος καλεῖται.”
[45] Giuseppe Flavio, Bellum Iudaicum, III.124.
[46] Tacito, Historiae, III.10.4.
[47] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XIII.4.
[48] Giuseppe Flavio, Bellum Iudaicum, VI.6.1.
[49] Per le scene LXXXV-LXXXVI e XCVIII-XCIX vedi M.Sakata, “Building Roman Civilisation: A Reinterpretation of Two Sacrificial Scenes (86, 98-99) on the Column of Trajan” in Aesthetics 20 2016, pp.26-37.
[50] CIL II.2552. Vedi anche AE 1967.229; ILS 2293.
[51] ILS 9127, 9129.
[52] Vedi N.Pollard, Soldiers, Cities, and Civilians in Roman Syria, University of Michigan Press 2000, pp.142-143.
[53] W.F.Snyder, R.Fink, A.S.Hoey, The Feriale Duranum. Yale Classical Studies 7, New Haven 1940, pp.1-221; R.Fink, Roman Military Records on Papyrus, Cleveland 1971, 117; A.I.Baumgartner, Sacrifice in Religious Experience, Leiden 2002, pp.98-100; G.Iovine, Latin Military Papyri of Dura-Europos (P.Dura 55-145), Cambridge 2023, Appendix A; il testo integrale tradotto lo potete trovare anche in Y.Le Bohec, L’Esercito Romano. Le Armi Imperiali da Augusto alla fine del terzo Secolo, ed. italiana Roma 1992, pp.323-325; B.Campbell op.cit. 1994, pp.127-130; B.Levick, The Government of the Roman Empire: A Sourcebook, London 2002, pp.143-146.
[54] Vedi P.Edwell, Between Rome and Persia. The Middle Euphrates, Mesopotamia and Palmyra Under Roman Control, London 2008; S.James, The Roman Military Base at Dura-Europos, Syria, Oxford 2019.
[55] Vedi A.S.Hoey, “Rosalia Signorum” in Harvard Theological Review 30 1937, pp.15-35; cfr. G.I.Irby-Massie, Military Religion in Roman Britain, Leiden 1999, pp.43-44.
[56] Lucrezio, De Rerum Natura, II.624-8; Ovidio, Fasti, IV.346; Apuleio, Metamorfosi, XXI.6-9-12.
[57] Silio Italico, Punica, VI.113-116.
[58] Cassio Dione, Storia Romana, LX.18.1-3; non da trascurare in questo passo è il modo con cui l’autore descrive l’aquila sia esteticamente sia linguisticamente.
[59] Cassio Dione, Storia Romana, LX.18.4.
[60] Cicerone, De Officiis, III.29.108.
[61] Vedi R.M.Sheldon, Le guerre di Roma contro i Parti, ed. italiana Gorizia 2018, pp.115-134; G.Brizzi, Roma contro i Parti. Due imperi in guerra., Roma 2022, pp.69-76.
[62] Ottaviano Augusto, Res Gestae, XXIX.2: “[2] Parthos trium exercitum Romanorum spolia et signa reddere mihi supplicisque amicitiam populi Romani petere coegi. Ea autem signa in penetrali quod est in templo Martis Ultoris reposui.”
[63] RIC I.288.
[64] Per un’analisi accurata dell’iconografia vedi C.P.Presicce, “Arte, imprese e propaganda. L’Augusto di Prima Porta 150 anni dopo la scoperta” in a cura di E.La Rocca, C.P.Presicce, A.Lo Monaco, C.Giroire, D.Roger, AVGVSTO, catalogo della mostra 18 Ottobre 2013-9 Febbraio 2014, Milano 2013.
[65] Ex Ruffo Leges Militares, 27; C.E.Brand, Roman Military Law, Austin 1968, p.156.
[66] Vegezio, De Re Militari, II.6.2; II.8.1.
[67] Tacito, Historiae, III.22.
[68] Scriptores Historiae Augustae, Gall., VIII.6.
[69] Teodorico perderà la vita poi in battaglia ai Campi Catalaunici nel Giugno dello stesso anno.
[70] Scriptores Historiae Augustae, Aurel., XXVIII.5.
[71] Ammiano Marcellino, Storie, XXXI.2.16.
[72] Scriptores Historiae Augustae, Sev., VII.1.
[73] Erodiano, Storia Romana, IV.7.7.

Laureato in Scienze Archeologiche con specializzazione in Antichità Classiche presso l’Università di Roma La Sapienza, dove ha dunque conseguito il diploma in Beni Archeologici, prosegue il proprio percorso di studio affiancandolo alla professione di archeologo, collaborando sia con l’università che con enti privati. Forte di molti anni di esperienza in attività di scavo e laboratorio, oltre a un costante coinvolgimento nello spazio accademico, si dedica a una ricerca focalizzata sulla sfera militare, analizzando le tracce visibili e invisibili lasciate dalla guerra. La sua attenzione è rivolta in particolare alle vite di coloro che hanno vissuto o subito i conflitti, per le quali il racconto e la tutela del ricordo rappresentano una responsabilità e una missione professionale. Proprio da questa profonda esigenza personale nasce il progetto SedCA, concepito con l’auspicio di crescere e consolidarsi nel futuro.
