Anna Perenna: la dea delle Idi di Marzo

Immaginate un giorno diverso da tutti gli altri: un momento in cui il tempo stesso sembra fermarsi, aprirsi e rinnovarsi. È il 15 marzo, le famose Idi, quando a Roma si celebra con entusiasmo la festa di Anna Perenna, una delle divinità più misteriose e affascinanti della tradizione romana.

Ma chi è veramente Anna Perenna? Una dea dell’eterno ritorno, della fertilità e dell’abbondanza, o forse molto di più? Attraverso miti, rituali gioiosi, brindisi senza fine e antiche danze, ci immergeremo in un viaggio tra sacro e profano, tra memorie ancestrali e simboli universali che collegano la cultura romana alle radici indoeuropee, fino a sorprendenti parallelismi con tradizioni lontane come quella indù. In questo articolo scopriremo insieme come Anna Perenna rappresenti non solo la rinascita della natura e l’abbondanza del cibo, ma anche il continuo fluire della vita stessa, in un rito in cui passato, presente e futuro si fondono indissolubilmente. Lasciati guidare in questa straordinaria avventura che cambierà per sempre il tuo modo di guardare al calendario romano e al significato profondo della ciclicità del tempo.

«Alle Idi [di Marzo n.d.r.] si celebra la gioiosa festa di Anna Perenna, non lontano dalle tue rive, oh Tevere, che giungi qui forestiero. Viene la plebe sparsa qua e là per la verde erba, s’inebria di vino, e ognuno si sdraia con la propria compagna. Parte resistono sotto il nudo cielo, pochi piantano le tende, alcuni con rami fanno una capanna di frasche, altri, piantate canne invece di rigide colonne, vi pongono sopra le toghe. Si scaldano di sole e di vino, e si augurano tanti anni quante sono le coppe che bevono, e le contano bevendo. Lì troverai chi beve gli anni di Nestore, e donne che per il numero delle bevute si sarebbero mutate in Sibille. Lì anche cantano tutto ciò che imparano a teatro, e accompagnano le parole con agili gesti delle mani. Deposte le coppe intrecciano rozze danze, e l’agghindata amica balla con la chioma scomposta. Al ritorno barcollano, dando spettacolo di sé a tutti, e la gente che li incontra li chiama fortunati.»

(Ovidio, Fasti, III, 523ss.)

La festa di Anna Perenna ricorreva ogni anno il 15 marzo, alle famose Idi, ed era caratterizzata da grande gioia e spensieratezza. Come descritto da Ovidio, i partecipanti si recavano per una piacevole scampagnata lungo il Tevere, trascorrendo la giornata tra canti, abbondanti bevute e giochi amorosi. Grazie ad un frammento di calendario epigrafico (EDR149888), sappiamo che questi festeggiamenti avvenivano in uno spiazzo erboso situato al primo miglio della Via Flaminia. Marziale ci informa ulteriormente sul luogo, descrivendo «il sacro bosco di Anna Perenna, carico di frutti» come un luogo che «gode del sangue virginale» (Mart. IV, 64, 16). Essendo Marziale l’unica fonte antica a tramandarci questa informazione, ne è nato un ampio dibattito. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che si trattasse di un rito di passaggio femminile, collegato all’inizio dell’età adulta segnato dal primo mestruo, configurando quindi la festa di Anna Perenna come l’equivalente femminile dei Liberalia (che si svolgevano infatti pochi giorni dopo, il 17 marzo, rispettando la regola generale di evitare giorni pari per le festività). Altri, invece, hanno avanzato l’ipotesi meno affascinante, ma più concreta che Marziale facesse riferimento all’Aqua Virgo, l’acquedotto che irrigava quel bosco.

Macrobio (Saturn. 1,12,6) afferma che «si sacrifica pubblicamente e privatamente ad Anna Perenna perché fosse concesso di passare bene l’anno [ut commode liceat annare perennareque]». Questo punto è significativo, poiché il nome stesso della dea sembra derivare direttamente dalla formula riportata da Macrobio. Infatti, il verbo latino anno significa “oltrepassare l’anno”, mentre perenno indica “conservare a lungo”; dunque, annare perennare vuol dire letteralmente “oltrepassare l’anno e conservarsi a lungo”. Conservarsi in che senso? Probabilmente conservare una lunga vita, come suggerisce il rituale descritto da Ovidio in cui «si augurano tanti anni quante sono le coppe che bevono, e le contano bevendo» (Ov., Fas., III, 531). Ne deriva che il compito principale di Anna Perenna fosse quello di rinnovare l’anno, e infatti «[Anna Perenna n.d.r.] per alcuni è la Luna, perché con i mesi completa l’anno […]» (Ov., Fas., III, 649).

Il legame tra la Luna e l’anno richiede una breve spiegazione storica. Prima dell’introduzione del calendario giuliano (solare, simile al nostro attuale salvo piccole modifiche), i Romani adottavano un sistema lunisolare chiamato calendario di Numa Pompilio (dal mitico re cui è attribuita la sua istituzione). Questo calendario aveva dodici mesi di 29 o 31 giorni (totale di 355 giorni), integrato ogni due anni da un mese intercalare di 27 o 28 giorni. Tale sistema mediava tra il ciclo lunare e quello solare. Questo calendario restò in uso per gran parte della storia romana, e ai tempi di Ovidio il calendario giuliano era ancora una novità recente. Non stupisce, dunque, che persistesse l’idea di un anno legato alla Luna, anche se il punto centrale rimaneva l’annus stesso.

Ovidio (ibid., III, 545-696) offre tre fabulae sull’origine di Anna Perenna:

  1. Anna, sorella di Didone (citata anche da Virgilio), giunge nel Lazio accolta da Enea; Lavinia, moglie di questi, gelosa, cerca di eliminarla. Anna fugge e diviene ninfa del fiume Numico (mai identificato con certezza), detto “perenne”; da qui il nome Anna Perenna.
  2. Durante la secessione della plebe sul Monte Sacro (494 a.C.), una vecchia di nome Anna, residente presso Boville (attuale Frattocchie), sfama la plebe affamata distribuendo focacce. Dopo la riconciliazione con i patrizi, le viene eretta una statua per ricordare la sua perennem opem (soccorso perenne) agli indigenti, divenendo simbolicamente una personificazione dell’annona (Anna e annona derivano da annus), cioè della funzione pubblica di distribuzione del grano affidata agli edili plebei.
  3. Il terzo mito cerca di giustificare le canzoni oscene cantate dalle fanciulle durante la festa. Marte, innamoratosi di Minerva, chiede aiuto ad Anna Perenna, appena divinizzata, per conquistarla. Anna accetta in cambio di un mese dedicato a lei, ma inganna Marte fingendosi Minerva e salvando così la virtù della dea.

Il primo mito appare chiaramente frutto di elaborazioni tarde, forse dello stesso Ovidio, prive di autentici legami con la Tradizione, considerando che la più antica attestazione del culto di Anna Perenna risale al 550 a.C. (EDCS-26200343), mentre il mito di Enea giunse nel Lazio solo un secolo dopo.

Riguardo al secondo e al terzo mito (tra loro connessi), possiamo fare alcune considerazioni interessanti. Gli Edili, oltre alla cura annonae, erano strettamente legati al culto di Cerere sull’Aventino, ed è significativo in questo contesto l’invocazione di Varrone (nella satira Skiomachia, citata da Aulo Gellio 13,23,16): «te Anna ac Perenna, Panda Cela, te Pales, / Nerienes et Minerva, Fortuna ac Ceres». Questi accoppiamenti di divinità non sono estranei alla religione romana, ma prescindono chiaramente da mitici sposalizi frutto della confusione con la religione greca. Panda e Cela hanno nel nome stesso la loro funzione: svelare (Panda, dal verbo pando, is, svelare) e velare (Cela, dal verbo celo, as, nascondere), forse in riferimento a ciò che gli dèi intendono chiarire agli uomini riguardo al futuro. Segue Pale, che presenta in sé due aspetti espressi anche dalle sue due feste, di cui avremo certamente modo di parlare in futuro. Fortuna e Ceres risultano fortemente legate, al punto che alcune loro funzioni si sovrappongono, e ciò è evidenziato anche dalla continuità tra la festa della Fortuna Primigenia (10-11 aprile) e i Ludi di Cerere (12-19 aprile). L’ultima coppia può essere interpretata come due aspetti della stessa entità divina: la vergine (Minerva) e la sposa di Marte (Neriene), infatti «obtenta verginitate Minerva Nerine est appellata» (Schol., ad Hor., ep. 2,2,209). Troviamo altri riferimenti al tema di Neriene e Marte in Aul. Gell., Noct. Att., XIII, 23, e ulteriori testimonianze (Lyd., de mens., 4,42) riferiscono che i Sabini chiamavano la Minerva romana col nome di Neriene. Perciò quell’«Anna ac Perenna» non deve intendersi come due entità distinte, bensì come due nomi di una stessa divinità. Del resto, Perenna sembra essere un termine composito (per-annus), ciò che attraversa gli anni.

Tornando al primo mito, notiamo questa analogia con gli Edili legati alla dea Cerere e all’annona, termine che inizialmente indicava tutto il raccolto annuale e che in seguito designò l’intera fornitura di beni alimentari per la città di Roma. Dunque appare perfettamente coerente l’associazione con una figura che portava cibo ai bisognosi. Tra l’altro, in molte tradizioni folkloristiche europee ritroviamo racconti simili. Tracce di questa concezione si possono riconoscere anche nella figura italiana della Befana e nella Frau Holle tedesca. Tornano dunque quei famosi temi della tradizione indoeuropea, di cui sopravvivono testimonianze in numerosi culti storici a noi noti.

Questo ci porta anche al legame tra Anna Perenna e la dea indù Annapurna, donatrice di cibo, il cui nome è identico alla divinità romana, benché la seconda parte del nome sembri solo casualmente simile a perenna (purna significa infatti «pieno»). Il nome «Anna» è invece ricondotto alla stessa radice del sanscrito ann-, che indica cibo e nutrimento, evidenziando così un’esplicita correlazione tra i concetti di «cibo», «nutrimento» e l’anno. Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che la società romana era prevalentemente agricola, e quindi ogni riflessione sul tempo passa necessariamente attraverso i cicli della natura e la produzione agricola. Anna Perenna emerge così come la “patrona” della vita, colei che detiene le chiavi del nutrimento tanto che, subito dopo di lei, la primavera si risveglia visibilmente (di lì a poco inizierà aprile, il mese che “apre”). Anna Perenna era associata alla licenziosità in quanto simbolo della rinascita primaverile: non a caso i brindisi, uno per ogni anno di vita, il perennare e le “lotte di Venere” nei pressi del bosco a lei sacro. Essa si prende cura di questi aspetti di nutrimento e rinascita anche in chiave spirituale, come suggerisce il mito di Marte e Minerva. Non c’è contraddizione: il fatto che sia capace di proteggere la castità di Minerva, simbolo della mente razionale e pratica, dagli impulsi di Marte, non significa che limiti il potenziale vitale; al contrario, lo protegge e lo alimenta.

È altresì importante sottolineare che la festa di Anna Perenna non cade isolata nel vuoto. Innanzitutto coincide con le idi di marzo, simbolicamente il plenilunio di quel mese, sacro a Giove (Macr., Sat., I, 15, 9 e 15), nelle quali – per la prima volta dalle idi di dicembre – Giove torna ad essere Ottimo Massimo e può riprendere il suo ruolo di comando. Va notato anche un altro aspetto rilevante: il giorno precedente, il 14 marzo, si festeggia Mamurio Veturio. Egli era il mitico fabbro che realizzò undici copie dello scudo che Marte donò ai Romani, affinché nessuno potesse rubare l’originale, il famoso ancile. Secondo la Tradizione, Mamurio chiese soltanto che il suo nome fosse inserito nella danza dei Salii (i sacerdoti-guerrieri che portavano questi anicili). Infatti, nell’ultima strofa del Carmen Saliare si grida proprio «Mamurio Veturio!». In molti hanno visto in questa figura una divinità arcaica, la cui traccia è andata perduta, collegata a miti nordici di eroi-fabbri divinizzati. Il suo nome significa letteralmente “vecchia memoria” (Varr., de l. lat., 6,49; Plut., Num., 13,11), ma è evidente anche l’assonanza con l’antico nome di Marte, Marmor. Potrebbe affascinare l’ipotesi secondo cui, se Anna Perenna rappresenta l’anno nuovo che eternamente torna forte del raccolto precedente, Mamurio Veturio sia invece l’anno vecchio, superato e scacciato. Sì, scacciato! Poiché, in una tradizione popolare rurale, ai Mamuralia (il giorno prima delle idi) «si spingeva avanti un uomo avvolto in pelli di capra e lo si colpiva con bastoncini piuttosto lunghi chiamandolo Mamurio» (Lyd., de mens., 4,49). Tale suggestione di contrasto Mamurio-Anna troverebbe riscontro anche nel mito in cui Anna inganna Marte, impedendogli di raggiungere i suoi scopi. Questo sarebbe evidente anche sul piano calendariale, dato che la festa di Anna Perenna si colloca esattamente tra la cacciata di Mamurio e la festa minervale dei Quinquatria (19 marzo). Del resto, da sempre la guerra consuma cibo e risorse, sottrae agli uomini il bronzo di Saturno per sostituirlo con quello di Marte; pertanto essa confligge con Anna Perenna, portatrice di nutrimento. Dunque, per far spazio al nuovo anno, è necessario scacciare il vecchio Marte.

Tuttavia, in una società fortemente tradizionalista come quella romana, il passato non può essere semplicemente scartato. Infatti, la nuova Anna è un anno perenne, un anno che continua a ritornare. Aulo Gellio (Noct. Att., XVII, 2,16) arriva persino a interpretare perennare come perennum vivere, e forse proprio questo è il significato profondo che sta dietro ai brindisi «uno per ogni anno». Ci sarà una vecchia memoria che ritornerà, un vecchio Marte che sarà nuovamente scacciato, perché un nuovo anno possa iniziare. In questo processo di rinnovamento, il ricordo dell’antico fabbro permane nel canto di quei sacerdoti-guerrieri che, non a caso, solo nel mese di marzo imbracciano gli scudi ancili e li portano in processione per Roma.

Su Anna Perenna emerge quindi un quadro molto più ampio e profondo rispetto alle sciocchezze diffuse in rete, secondo le quali la pratica defissoria (maledizioni) di una singola fattucchiera operante per circa cinquant’anni, nel V sec. d.C. (ovvero il secolo della caduta dell’Impero Romano d’Occidente), viene presentata come la caratteristica prima della dea. Ignorando almeno novecento anni di pratica religiosa pubblica e privata di tutt’altra natura. È triste constatare che persino alcune istituzioni, che hanno pubblicato eccellenti testi scientifici sull’argomento (alcuni dei quali presenti in bibliografia), siano le stesse che poi, sui loro canali social, sostengono la superficiale definizione di «Anna Perenna dea delle maledizioni», contraddicendo apertamente i propri stessi contenuti accademici. Con l’aggravante che il grande pubblico spesso ignora l’esistenza di quei testi, mentre dispone quasi sempre di un account sui social network.

In conclusione, non c’è dubbio che le idi di marzo e la festa di Anna Perenna, sia il vero e proprio inizio dell’anno. Non a caso si è parlato di un capodanno sacro in opposizione al capodanno civile del 1 gennaio. Ed è infatti significativo che il 1 gennaio possieda tutte le caratteristiche di un giorno lavorativo, tanto che le fonti insistono sull’importanza di iniziare le attività proprio nei primi giorni dell’anno; al contrario, il 15 marzo è un giorno festivo.

La festa di Anna Perenna è un momento solenne, propiziato sia pubblicamente sia privatamente con sacrifici e celebrato con gioia, danze e attività felici, affinché possano ripetersi nel corso dell’anno. Anna è una dea profondamente connessa alla vita umana, tanto da diventare anche un nome proprio. Troviamo casi femminili, come Anna Proba, una giovane sfortunatamente deceduta dopo appena due anni, undici mesi e quattro giorni (EDR005822), e maschili come Lucius Annaus Zosimus, che costruì un sepolcro per sé, i propri figli e gli schiavi che aveva liberato (EDR007209).

Chi volesse percepire l’atmosfera gioiosa di questa celebrazione sappia che il ritrovamento di una fontana sacra a Roma, in Piazza Euclide all’angolo con via G. dal Monte, indica proprio l’antico bosco di Anna Perenna, dove gli innamorati si riunivano per brindare, un calice per ogni anno di vita. Tuttavia, la Dea, come ogni divinità, non è circoscritta a un luogo preciso, ma è presente ovunque, persino a Frascati (EDR174283) e nella provincia di Belluno (EDR072951).

La festa di Anna Perenna ci insegna che ogni fine è anche un inizio, e che ogni nuovo ciclo porta con sé la memoria e la forza di quello passato. È un invito potente e profondo a celebrare non soltanto la primavera, ma la vita stessa, in tutte le sue sfumature: gioia, condivisione, abbondanza, passione e speranza. Anna Perenna ci ricorda che il tempo non è solo una successione sterile di giorni e stagioni, bensì un flusso sacro e vitale, che rinnova la terra così come il cuore e l’anima degli uomini.

In un mondo spesso frenetico e distratto, questo mito antico ci invita a riscoprire il valore della convivialità autentica, della gratitudine e della gioia spontanea che nascono da un semplice brindisi, un sorriso condiviso, o un abbraccio sincero. La dea che perenne attraversa gli anni ci ricorda che la vita stessa va celebrata ogni giorno con pienezza e speranza, con gesti che si ripetono e si rinnovano nella gioia dello stare insieme. Anna Perenna diventa così la custode invisibile di quella gioia semplice eppure profonda che ancora oggi cerchiamo, magari senza saperlo, nella convivialità, nell’amore e nella rinascita che ogni primavera ci regala.

Lasciamo dunque spazio dentro di noi a questo antico richiamo: brindiamo con cuore aperto, brindiamo a noi stessi, brindiamo alla vita, brindiamo al futuro e soprattutto al presente. Possa Anna Perenna accompagnarci, ricordandoci che la vita va gustata, celebrata e amata ogni giorno, come fosse il primo giorno della primavera.

Un felice anno sacro a tutti, e una magnifica primavera.

Emanuele Viotti

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Epigrafi non citate nel testo: EDR029197; EDR029198; EDCS-83600055.


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